Luigi Pestalozza.
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IL GIOCO E LA GUERRA.
Note autobiografiche 1935-1943.
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1976. Giangiacomo Feltrinelli Editore, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Le elementari, la guerra d'Abissinia, il ginnasio, la guerra del 1940, i tre anni fino all'8 settembre, poi la decisione di entrare nella Resistenza ai primi del '44. Dal 1935, insomma, a quando l'autore, a sedici anni, come tanti suoi coetanei, compie la scelta della lotta antifascista.
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Sono stati molti i ragazzi di questa et, che hanno fatto quella scelta, ma poco si  scritto su come l'hanno maturata, del perch l'hanno compiuta, del cammino percorso prima di essere partigiani. Queste memorie non vogliono essere generalizzanti. Sono soltanto una testimonianza, il ricordo dei fatti e dei particolari che hanno colpito e fatto ragionare un ragazzo che viveva in una famiglia dove si respirava aria di antifascismo, ma cresciuto anche in un ambiente esterno che gli faceva credere, per esempio, che si dovesse comunque vincere la guerra contro i francesi e gli inglesi, o i sovietici e gli americani. Pestalozza ha cercato di documentare come a poco a poco, attraverso la vita familiare, le letture, l'osservazione del fascismo e di una guerra senza senso, il contributo di alcuni educatori antifascisti, l'amicizia con ragazzi che anche loro entreranno nella Resistenza,  giunto a chiarirsi le idee.
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L'Autore.
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Luigi Pestalozza  nato a Milano nel 1928. Ha studiato filosofia, giurisprudenza, musica. Insegna storia della musica all'Accademia di Belle Arti di Brera di Milano.  critico musicale di "Rinascita" e responsabile del settore di lavoro per gli affari musicali presso la Sezione culturale della Direzione del PCI. Accanto all'attivit critica e musicologica svolge attivit pubblicistica nel campo del diritto.
.Giornalista per la stampa comunista, ha particolare interesse per i problemi africani. Ha pubblicato fra l'altro: La Scuola Nazionale Russa, Milano, 1958, Antologia della Rassegna Musicale, Milano, 1964, Il processo alla Muti, Milano, 1956, Il cittadino, Milano, 1958, La Costituzione italiana, Milano, 1962, Lo Stato e la Costituzione, Roma, 1975, Somalia: cronaca della rivoluzione, Bari, 1973. Ha inoltre tradotto e curato l'edizione italiana di Stile e Idea di Schnberg, Milano, 1960, 1975. Con Giacomo Manzoni e Virginio Puecher ha pubblicato Per Massimiliano Robespierre, Bari, 1975.
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A mio figlio Alessandro
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Quando l'Italia entr in guerra il 10 giugno 1940 avevo compiuto da pochi mesi i dodici anni. In casa ce lo si aspettava che Mussolini non avrebbe resistito a non fare la sua parte, mio padre ne aveva parlato qualche volta anche con noi figli, a tavola, quando eravamo tutti riuniti. Ora si cominci a dire che forse bisognava sfollare perch potevano esserci i bombardamenti, e mia madre mand le mie sorelle a comprare le strisce di carta da mettere a reticolo sui vetri. C'era un'atmosfera di sconforto, e anche di rabbia contenuta, triste. Mio padre, verso sera, mi chiese di uscire con lui. Abitavamo in viale Bianca Maria e ci avviammo verso piazza Cinque Giornate, poi su per corso di porta Vittoria, fino alla Camera dei fasci e delle corporazioni. Milano era tranquilla, un po' tesa. Arrivarono dei camion con qualche diecina di militi entusiasti. La gente li guardava. Mio padre disse che potevamo ritornare a casa. Forse aveva sperato in qualche segno di protesta, chiss, in una manifestazione spontanea contro la guerra. Non disse nulla, per. Mio padre era antifascista.
La sera, a tavola, il pap, che portava il monocolo, si tolse quello che aveva e con molto sussiego se ne mise un altro. Disse "ragazzi c' la guerra e io prendo le mie precauzioni." Gli aveva incrociato sopra due sottili strisce di carta. Lo costringemmo a ripetere quattro, cinque volte la scena, e ogni volta ridevamo divertitissimi e sembrava che tutto fosse uno scherzo. Il pasto fu interrotto, come ormai avveniva da nove mesi, dal pap che apr la radio per ascoltare la voce di Londra. L'inciso della Quinta reso ancora pi fatale dal suono impassibile dei timpani, era diventato un'abitudine. Ora le notizie cominciavano a interessarci direttamente. Mio fratello stava sotto le armi, di leva, e il marito della mia sorella maggiore, alpino, si trovava gi sul fronte occidentale, dove erano cominciati i combattimenti. Mia madre mi mand a letto, come ogni sera qualsiasi. Avevo imparato che i miei genitori sapevano affrontare le disgrazie. Da tanti anni le cose non andavano bene per noi. Anzi andavano decisamente male. Eravamo alla povert, se non proprio alla miseria. Quella l'avremmo sfiorata o anche conosciuta, dopo. Andai a dormire che non capivo molto, ero anche un po' esaltato.
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Ricordo bene lo stato d'animo di quei giorni. E per primo che quello che succedeva riguardava anche me e mi imponeva di avere un'opinione. Sentivo per di vivere una contraddizione, che del resto avrei messo molto tempo a chiarire. Adesso l'Italia era in guerra, ma il mondo lo era gi da parecchio tempo e io non me ne ero certo disinteressato. Stavo dalla parte dell'Italia come lo ero stato fin dal settembre 1939 da quella della Germania. Di una cosa ero convinto, che la Germania e l'Italia erano paesi poveri in lotta contro i paesi ricchi, contro le demoplutocrazie, contro l'imperialismo inglese e francese. Quello che diceva la propaganda su questo punto mi sembrava evidente, fuori discussione, che rispondesse a un criterio di giustizia. Per in quei giorni di met giugno correvano molte voci, che la gente non voleva la guerra, che i nostri soldati sulle Alpi non avevano le medicine per curarsi le ferite e nemmeno le munizioni per sparare, che ad Alessandria le camicie nere imboscate erano state picchiate dagli alpini reduci dalla prima linea. Io tenevo per gli alpini. Avevo molta confusione. Me ne sarei accorto meglio un anno dopo, quando Hitler attacc la Russia, come allora la si chiamava. Il giorno dopo camminavo con degli amici, compagni di scuola, per corso Monforte, e parlavamo fra noi di quella nuova guerra. Mi aveva molto colpito che la Germania avesse rotto il patto di non aggressione. Non sapevo niente della Russia, solo una vaga idea di un paese dove i ricchi erano stati eliminati e i poveri avevano finalmente potuto cominciare a stare bene. Non capivo come la Germania e l'Italia avessero potuto attaccarla, e ad ogni modo dissi con grande soddisfazione ai miei amici che radio Londra aveva parlato di successi dei russi. Speravo che ce la facessero. Quando fui solo ragionai su questo mio atteggiamento, senza riuscire a mettere a fuoco le cose. In seguito avrei avuto delle oscillazioni, ma mi convinsi che per disciplina dovevo puntare sulla vittoria. Comunque decisi di leggere pi libri di storia, per chiarirmi le idee.
Devo andare indietro. Ho davanti a me, chiarissima, la giornata del 9 maggio 1936, fine vittoriosa della guerra di Abissinia, conquista dell'Impero. Noi abitavamo vicino alla Prefettura, e avevano ordinato di imbandierare i balconi e di mettere sui davanzali i lumini tricolori. Mussolini sarebbe venuto a Milano, bisognava che la citt fosse in festa. Mio padre fece abbassare le tapparelle come se nessuno fosse in casa, e niente lumini, niente bandiere. A tavola, sempre a tavola dove ci riunivamo tutti, la sera del 9 maggio non c'era allegria. Mio padre e mia madre sembravano indifferenti, ma poi il pap volle spiegarci perch non partecipavamo a quei festeggiamenti, ci raccomand di tenercelo per noi, disse che non si poteva essere contenti, che gli abissini erano gente come tutti gli altri uomini al mondo, che eravamo andati a occupare il loro paese e non c'era da vantarsene. Mi fece molta impressione, perch era serio e un po' agitato. Avevo otto anni e una grande ammirazione per i miei genitori che ovviamente non potevano sbagliare. Certo, dovevano avere dei guai, in casa non era pi facile come prima. Qualche volta erano nervosi, preoccupati, e noi figli ce ne accorgevamo anche se cercavano di nascondercelo. Mia madre adesso brontolava pi del solito per questo o per quello che non andava in casa, ma ci avevamo fatto l'abitudine e poi mio padre la prendeva in giro e la metteva in ridere. Allora finiva sempre nello scherzo. Non sono mai stato sgridato n tantomeno punito, nemmeno quando mi andava male a scuola, pi che altro per via della condotta. A occuparsi delle nostre faccende scolastiche era soprattutto la mamma, e cercava di farmi ragionare, che dovevo studiare per lavorare quando sarei stato grande, perch il pap non guadagnava pi tanto. Il pap non dava troppa importanza alla scuola, non si curava gran che dei voti che prendevo, aveva probabilmente i suoi pensieri e dovevano bastargli. Sentivamo parlare di soldi, che non erano mai sufficienti, e per queste storie c'erano anche dei litigi. N il pap n la mamma riuscivano a mascherare del tutto i loro malumori, e questo fu un bene, fu una grande educazione dei sentimenti. Il Natale del 1934, per esempio, lo ricordo perfettamente. Doveva essere successo qualcosa di grave, di brutto, e sotto l'albero c'era per me solo una locomotiva a molla, Gli altri anni era stato diverso. Mio padre e mia madre facevano fatica a fingere, erano tristi, e lo ero anch'io, mi veniva da piangere, perch si erano come scusati, mi avevano spiegato che dovevo accontentarmi, perch adesso bisognava fare economia. Mi facevano pena.
Durante la guerra di Abissinia, su una grande cartina che ci eravamo procurati, mio fratello e io mettevamo le bandierine che segnavano l'avanzata del nostro esercito. In casa ci lasciavano fare, ma una volta, quando Graziani sostitu Badoglio, mio padre ci raccont come se niente fosse che Graziani aveva gi comandato una guerra coloniale, in Libia, dove aveva usato certi metodi per vincere i libici, mettendo i prigionieri sugli aeroplani e lasciandoli cadere vivi in mezzo ai villaggi ribelli. Quando il 9 maggio 1936 ci spieg con calma perch non era il caso di brindare alla vittoria, ricollegai quel fatto ed ebbi il primo choc, diciamo cos, politico, della mia vita. Altri sarebbero venuti. Soprattutto cominciavo a rendermi conto che mi trovavo fra due fuochi e che i miei genitori la pensavano in modo diverso da come mi parlavano a scuola, dell'Impero, di Roma imperiale risorta, del posto al sole, degli abissini che eravamo andati a liberare dal Negus Neghesti (Neghelli perdesti, ecc.).
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Mio padre era avvocato e, finch gli fu possibile, con uno studio importante a Milano, oltre un posto di rilievo nell'amministrazione di un'industria abbastanza grossa. Ma non si iscrisse mai al fascio. Uno dei sette avvocati di Milano che non si sono mai iscritti al fascio. Mia madre conserva ancora l'albo professionale di quegli anni, con lo spazio bianco dove per gli altri c' la data del loro ingresso nel Pnf. Noi eravamo molto ricchi, anche perch mia madre veniva da una famiglia di finanzieri. Una casa di pi di venti locali, cinque o sei fra cameriere, camerieri, cuoco, la frulein, un paio di automobili, le ville in campagna e sul lago. Ho una vaga memoria di quella ricchezza persa agli inizi degli anni Trenta. Con noi c'era anche il Giovanni, quello che allora si chiamava l'uomo di grosso, tuttofare, che i miei genitori avevano preso in casa perch era stato un operaio antifascista e aveva avuto a che fare con la polizia e non poteva trovare lavoro. Ogni volta che veniva a Milano un gerarca, in casa lo sapevamo in anticipo perch il Giovanni veniva messo dentro qualche giorno prima, e poi lo rilasciavano (ritornava a casa, e voleva dire che il gerarca era ripartito). Io naturalmente non sapevo niente di tutto questo, e non capivo come mai tenessimo in casa un ladro. Uno che andava in prigione, poteva essere soltanto un ladro, Dello stesso parere erano i miei fratelli. Ma al Giovanosche, come lo chiamavamo, noi figli volevamo un gran bene, era buono e ci faceva giocare, ed eravamo appassionatamente dalla sua parte. Cantava sempre certe canzoni di soldati della grande guerra, che dicevano male degli ufficiali e dei generali ("Il general Cadorna mangiava le bistecche e noi pori soldati le castagne secche, ecc."). Non so come, avevamo saputo che era un socialista, specie umana evidentemente misteriosa perch era chiaro che non bisognava parlarne, che era un segreto e noi stessi dovevamo fingere di non saperne niente. Quelli che venivano a prenderlo, li consideravamo comunque dei nemici. A poco a poco mi convinsi che dovevano essere gli stessi che davano dei dolori a mio padre e a mia madre,
Anche mia madre era un'irriducibile antifascista. Quando cominciarono a perseguitare mio padre e ci fu una causa montatagli contro per complicate ragioni d'affari, non le pass nemmeno per la testa di spingerlo a entrare nel Pnf, che era poi l'unico modo per cavarsela. La causa fu persa e chi l'aveva promossa, nelle grazie del fascio milanese, riusc a portarci via tutto. Fu pressappoco fra il 1932 e il 1936. Il pap non pot pi professare, chiuse io studio, ormai era bollato. Si mise come aiuto presso un collega, uno dei pochi che ebbe il coraggio di stendergli una mano. Ma poteva far poco, non doveva apparire, aveva qualche modesto compenso, Vale la pena che dia qualche particolare su quella causa. Per poterla fare, gli avversari dovettero trovare dei diversivi, montare uno scandalo, diffondere vergognose calunnie, pagare testimoni di comodo e manipolare documenti. I giornali milanesi scrissero articoli diffamatori, senza che li si potesse smentire. Fu un linciaggio morale, e contro un uomo che per la sua impeccabile rettitudine continu a godere la stima delle persone oneste. Fra i difensori di mio padre c'erano alcuni suoi vecchi amici, Belotti, Beltramini, Valente, ex-socialisti, ex-liberali, oppositori insomma. Non era un biglietto da visita favorevole per presentarsi in tribunale, ma ciononostante in primo e secondo grado la causa and bene per mio padre, talmente assurde e insostenibili erano le cattive ragioni altrui. Poi in Cassazione giunse un ordine personale di Mussolini, che fosse rinviata dove potevano contare su giudici compiacenti. Questo si seppe con certezza da uno zio che era stato deputato del partito popolare e che a differenza di mio padre aveva all'inizio sostenuto il fascismo, per allontanarsene pi tardi. Aveva per mantenuto certi contatti e cos aveva saputo com'era andata la faccenda. Non fu proprio una causa politica, ma decisa dal fatto che a farla erano dei fascisti contro un antifascista.
Mio padre non era un antifascista attivo, militante. Non aveva mai fatto veramente politica, pur schierandosi apertamente sulle posizioni riferibili a Luigi Gasparotto, e soltanto nel 1942 avrebbe partecipato alla formazione a Milano del nascente Partito d'Azione. Allora cominceranno a circolare in casa le prime copie clandestine dell'"Italia Libera." Ma fino a quel momento si limitava ad avere le sue idee, la sua opinione, con intransigenza per, deciso a non compromettersi. I suoi amici erano antifascisti, come Gasparotto, che ogni tanto veniva a trovarci e mi metteva molta soggezione. Perdette tutto, solo per questo, per la sua fermezza, e quando cominciai a rendermene conto fu una grande lezione, una grande eredit. Mi accorsi presto che ci avevano messo dalla parte degli emarginati. Non stavamo pi fra i ricchi, i nostri problemi si avvicinavano a quelli dei poveri.
Dopo il 1935 mio fratello e le mie tre sorelle, tutti maggiori di me, che finora erano andati alla scuola privata come si addiceva ai figli della borghesia, passarono alla pubblica. Io entrai direttamente in questa. La mia famiglia senza pi i beni che la qualificavano e messa alla gogna dai fascisti milanesi, si trov isolata e respinta dall'ambiente borghese che le era stato naturale. Ai miei genitori erano rimasti pochi amici, e noi figli si smise di essere invitati alle feste dei ragazzi delle famiglie pi in vista. Si avvertiva attorno a noi un clima di imbarazzo, anche di ostilit, un prendere le distanze, nemmeno sempre con diplomazia. Eravamo andati a vivere in un appartamento di poche stanze, niente pi automobili, ancora per qualche tempo una cameriera, e il Giovanni e la frulein rimasti senza farsi pagare. Questa frulein ha contato molto per me, perch in certa misura si sostitu in quel periodo ai miei genitori, o li aiut con grande sensibilit a curarsi di noi mentre erano presi dalle loro preoccupazioni. Le ero attaccatissimo, tanto da provare una vera disperazione, un'angoscia mai pi conosciuta, quando minacciava di andarsene per una qualche buona o cattiva ragione, che non mi interessava. Poi rimaneva sempre, e rimase, infatti, fino alla guerra, quando proprio non potevamo pi nemmeno mantenerla. And in un'altra famiglia, ma i giorni di libert li passava da noi. Era una donna con un profondo senso della giustizia e della disciplina, con grandi doti educative. Mi insegn a non pretendere niente da nessuno, a rispettare chi lavora, a non distinguere, anche fra i miei amici, fra i ricchi e i poveri. Perci il pap e la mamma avevano tanta fiducia in lei. Dalla Germania se ne era venuta via nel 1928, e non vi ritorn pi. Per nel 1933 si scopr hitleriana, e mia madre e mio padre tolleravano che durante i chilometrici discorsi di Hitler trasmessi alla radio, lei li ascoltasse imperterrita. Curiosamente, tuttavia, aveva il pi rigido rispetto delle idee altrui, ed ero ancora piccolo quando mi ripeteva che le idee politiche di ognuno non si discutono. Per i miei genitori aveva del resto una profonda ammirazione, tanto da manifestargli la sua solidariet accettando di rimanere con noi senza stipendio. Non voleva sentire di trovarsi un altro posto. Era una della famiglia, e basta. Ma i suoi parenti ci mandavano di tanto in tanto dei pacchi dalla Germania, con regali e giocattoli, e soldatini tedeschi, camicie brune, bandiere con la croce uncinata, Hitler in miniatura con il braccio snodato che si alzava nel saluto nazista. Io fui molto suggestionato da tutto questo, specialmente dal fatto che la frulein fosse per Hitler, e mi convinsi che la Germania hitleriana, dove mi sentivo dire che tutto andava per il meglio, era un paese felice e giusto. Andavo gi di malavoglia a qualche adunata di balilla, e mi deprimeva il nostro squallore che coglievo in pieno, e facevo i paragoni con la giovent nazista, che mi sembrava diversa. Arrivavano dalla Germania opuscoli di propaganda, con meravigliose fotografie, e mi interessavano molto, mi piacevano. Ma una contraddizione non riuscivo a mettere a fuoco. I miei genitori erano contro, qualche volta mia madre e mio padre discutevano animatamente con la frulein, attaccavano il suo Hitler, dicevano cose che mi parevano impossibili, di violenze, di brutalit. La frulein magari ribatteva, per con noi, con me, parlava sempre bene del pap e della mamma, mi insegnava a rispettarli e ad ammirarli, a credere in loro. E allora?
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Alle elementari furono importanti per me la quarta e la quinta. A quel tempo a Milano i bambini della borghesia che andavano alla scuola comunale, la mia era la Filippo Corridoni, erano pochi. In classe saremo stati meno di dieci, su circa quaranta. Gli altri erano bambini del popolo, e in quegli anni a Milano, anche in centro, c'era un popolo che portava bene evidenti i segni della sua miseria. I miei compagni erano questi. Venivano dalle case miserabili del Verziere, dalle viuzze del Bottunuto, da a vecchia Milano dietro il Duomo e a ridosso del Gerolamo. Per andare dalla piazzetta del Gerolamo al Duomo si passava per una via stretta a ciottolato, infilata sotto un arco ricavato nelle case con i ballatoi e i gabinetti in comune, di cento anni prima. L ci abitava un mio compagno, Crippa, dal quale andavo di tanto in tanto a giocare, nel cortile sempre buio e sempre umido, Crippa, Occhipinti, altri di cui non ricordo il nome, divennero i miei amici. Io ero piccolino, pi piccolo del normale, con l'aria fragile dei bambini per bene. Avevo una grande ammirazione per quei miei amici pi forti e disinvolti di me, che mi sembravano gi grandi, che giocavano cos bene ai duelli con le righe da disegno, che non avevano paura di picchiarsi. Verso di loro mi attirava il loro mondo di povera gente, mi incuriosiva, volevo saperne di pi. Almeno due o tre volte la settimana la vigilatrice ci passava in rassegna dalla testa ai piedi, ed erano pulci, cimici, pidocchi che regolarmente saltavano fuori. Mi sono preso due o tre volte i pidocchi. Capivo che c'era un legame fra i pidocchi e la povert. Mi faceva molta impressione avere anch'io i pidocchi, ma mi faceva anche sentire come gli altri, e questo mi andava bene, mi dava la sensazione di non essere diverso. In classe ci divertivamo moltissimo, chiacchieravamo, ci facevamo gli scherzi. Il maestro era un uomo intelligente che sapeva prenderci per il verso giusto. Per i sistemi erano quelli che erano, e durante l'intervallo toccava sempre al ragazzino di brava famiglia e diligente di segnare sulla lavagna i buoni e i cattivi. Per la verit poi il maestro non ne teneva molto conto, si limitava a un po' di predica, sapeva tenerci calmi con la sua dolce capacit di insegnare la storia e la geografia o l'italiano raccontando con semplicit quello che dovevamo sapere, riuscendo a far lavorare la nostra fantasia. Probabilmente quella faccenda dei buoni e cattivi non gli piaceva nemmeno troppo. Una volta, ad ogni modo, incaric me che finora ero stato escluso da tanta responsabilit, e io divisi subito la lavagna in buonissimi, buoni, cattivi, cattivissimi. Fra i primi scrissi i peggiori, i pi scatenati, i miei amici, e poi cos di seguito, finch in ultimo scrissi con grande soddisfazione il nome del classico primo della classe. Lui si mise a piangere mentre quelli che avevo ingiustamente premiato saltavano sui banchi dalla gioia. Il maestro rientr e cancell subito le prove della mia faziosit. Disse che non si sarebbe pi fidato di me, ma non se la prese, anzi mi dimostr una certa simpatia.
Si chiamava Alfredo Fabietti e per me  stato fondamentale. Imparai a intuire come la pensava. Quando dovevamo fare un tema patriottico, il giorno della vittoria, il 28 ottobre, la fondazione di Roma, ci preparava in modo generico, senza pretendere particolari inni al regime. Mi sorgevano dei sospetti. Nelle altre classi era diverso. Un giorno venne da noi il direttore didattico De Regibus che, forse non  vero, ma lo ricordo solo in orbace, gambali neri, fez in testa. Aveva sempre un'aria avvilita, da brav'uomo che non discute. Disse molto solennemente che in mattinata ci sarebbe stato un discorso di Mussolini alla radio e che sarebbe stato ritrasmesso in classe dagli altoparlanti sopra la cattedra. Al momento buono dovevamo interrompere la lezione. Di fatti, dopo un po' di tempo, ci fu l'annuncio che il discorso cominciava, e noi si mise da parte libri e quaderni per ascoltarlo. Dur poco, per, forse un quarto d'ora. Con tutta tranquillit, a un certo punto, approfittando di una frase del duce sul lavoro o il dovere di lavorare o roba del genere, Fabietti si alz, gir l'interruttore e la voce scomparve. "Ragazzi," ci disse, "il duce vuole che si lavori per la patria, e io credo che il modo migliore di accontentarlo sia quello di rimetterci a studiare con lena." Pressappoco cos. Io pensai subito a mio padre che spegneva la radio quando Mussolini parlava, e provai un grande affetto per il mio maestro. Ebbi la certezza che era come lui. Da quella volta cercai di essere bravo, e sentii che l'affetto che provavo per il mio maestro, era corrisposto. Del resto gli restai legato anche dopo le elementari, lo andavo a trovare, mi piaceva sentirlo parlare, sempre sul filo di allusioni precise che mi ricordavano i discorsi in casa. Dopo la guerra lo rividi e diventammo amici. Scoprii che era comunista, iscritto al Partito. Mi spiegai quegli episodi, e glieli raccontai, ma se li ricordava vagamente. Per fu molto soddisfatto che mi fossero rimasti impressi, mi parl a lungo del suo lavoro di maestro sotto il fascismo, anche dei compromessi cui non si era sottratto, sempre per cercando di farci crescere una coscienza senza provocarci traumi, insegnandoci le cose giuste.
Anch'io adesso ero povero. Ero come i ragazzi con cui preferivo stare, Ma ero un povero diverso da loro, lo vedevo da come vestivo, dall'educazione che avevo ricevuto, e questo mi creava dei problemi. Mi misi in mente che il problema era di come si potesse diventare uguali. Non avevo una risposta, solo un vago senso di vergogna per quelle differenze. In classe c'era un ragazzo di estrazione borghese come me, con il quale mi trovavo bene, e andavamo d'accordo e ci piacevano gli stessi compagni. Si chiamava Giovanni Massa, diventammo grandi amici. In ginnasio, tutti e due al Berchet, fummo separati, in aule diverse. Ma continuammo a frequentarci. Mor a Mauthausen. Senza sapere niente di preciso, ci confidammo il sospetto che Fabietti fosse antifascista. Anche lui ebbe sempre una grande riconoscenza per questo nostro maestro.
La quarta e la quinta elementare mi scoprirono un grande fatto, la storia, Finora la mia vera scoperta era stata la musica. Mio fratello, maggiore di me di otto anni, studiava il pianoforte e avevo sette anni quando lui si diplom brillantemente, pronto a fare il pianista. Mio padre suonava egregiamente il violino e ogni tanto veniva da noi qualche musicista, e facevano musica d'assieme (anche il violino un giorno venne venduto, un Guarnieri, semplicemente scomparve da casa, come tante cose che a poco a poco non si vedevano pi in giro, e da quel giorno non sentii pi mio padre suonare). Io ero costantemente alle calcagne di mio fratello, che ammiravo senza riserve, pronto a fare qualunque cosa mi dicesse. Stavamo molto assieme nonostante la differenza di et, anche a giocare. Lui mi teneva sempre con s e mi inventava le solite stupidaggini, gli amici fantastici che spuntavano dagli abbaini delle case, Verdesceu, Giasone, coi quali parlavamo dicendoci misteriose cose senza senso; e i cavalli per le strade che ci facevano pena a tirare i carri strapieni, cos che pensavamo a una rivolta di cavalli, a una repubblica di cavalli con gli uomini al loro posto. Quando poi rientravo da scuola non lo mollavo un momento. Mi piaceva mettermi vicino al pianoforte e studiare ascoltandolo e facendomi spiegare i pezzi che preparava. E lo accompagnavo regolarmente alle lezioni di Anfossi, in via De Amicis, nello studio tutto foderato di legno, con il vecchio maestro che fumava la pipa e un tranquillizzante odore di tabacco gi appena si entrava nell'anticamerino. Anche l stavo attento a tutto, cercavo di imparare anch'io, e a casa mio fratello mi aiutava. Cos entrai nel mondo della musica, cominciai a conoscerla, a farne quella che  diventata, qualcosa di strutturale nella mia vita. L'ho imparata in questo modo, senza fatica, come si impara la propria lingua. Accanto a lei, per, arriv presto la storia. Mi piaceva leggere e in quel periodo leggevo soprattutto Salgari, tutto Salgari. Per ore e ore, dentro una poltrona, da dove mi strappavano a fatica. Ho un debito verso Salgari, per quello che trovavo nei suoi libri. Fossero i pirati della Malesia o gli indiani pellerossa della prateria o i difensori di Famagosta, o naturalmente i corsari della Tortuga, mi insegn che cosa erano gli oppressi e gli oppressori. A suo modo, certo, ma me lo insegn. E poi mi fece venire la voglia di saperne di pi di quei mondi che raccontava, dei fatti storici cui si riferiva. Mi feci regalare un grande libro delle edizioni Sonzogno sui corsari e i pirati, due colonne di piombo per pagina, illustrazioni eccitanti in magniloquenti chiaroscuri. Era una storia vera e misi qualche mese ad arrivare in fondo. Ne uscii con una riflessione che ricordo bene. Non tutti quei personaggi erano puri come in Salgari, ma quello che avevo letto riguardava molta gente che non era stata solo crudele e ladra, bens anche ribelle contro grandi signori avidi e spietati. La storia era una cosa complicata, dovevo entrarci dentro.
L'aula della scuola era dipinta di un verde smunto e d'inverno la luce elettrica, troppo in alto, era poca. Provavo un senso di disperazione, che avrei ritrovato al Berchet, per lo stesso tipo di ambiente desolante. Mi sentivo costretto nel banco scalcagnato e fitto di parole e segni misteriosi, incisi con il temperino da tanti bambini prima di me, ricalcati d'inchiostro. Anch'io diedi il mio contributo a scolpire a caso quello che mi veniva in mente, e anche questo era un modo per distrarmi da quelle lunghe e bigie mattinate. La testa l'avevo spesso altrove, e ho ben presente quante volte pensassi a quello che succedeva in famiglia, ai guai che passavamo. Sentivo la solitudine, e reagivo con eccessi di vivacit. In condotta ho sempre sfiorato l'insufficienza, poi a casa ero tranquillissimo. Mia madre, che andava a parlare con gli insegnanti, non capiva, non capiva perch fossi cos turbolento a scuola mentre poi a casa me ne stavo tranquillo a leggere o a far musica. Non credo di aver vissuto momenti pi struggenti di quelli scolastici, quando perdevo il filo dei discorsi che venivano gi dalla cattedra e non pensavo a niente o ragionavo su ci che sentivo ancora confusamente, sul contrasto con il mondo borghese in cui ero nato, sul fascismo che non piaceva ai miei genitori, sulle diverse condizioni di vita che mi vedevo attorno. Ma qui sono andato avanti, agli anni del ginnasio. Alle elementari queste sensazioni le provai, ancora pi imprecise per, e a sprazzi. Il maestro riusciva a tenermi attento. Ma c'era il resto. Poche volte, per esempio, ci fecero vestire da balilla, e l'idea in partenza mi andava. Poi la divisa che ricevevamo (pagando s'intende) mi era troppo larga, i calzettoni mi cascavano gi, le scarpe orrende, di cartone (almeno cos mi sembravano) giallo, mi facevano male. Ognuno di noi era arrangiato a suo modo, e all'adunata stavamo per delle ore in piedi, al freddo. Pu darsi che non si fosse sempre al freddo, ma ho soltanto un ricordo di freddo, di umido, di inverno, di gambe nude pi o meno violacee, io e i miei compagni, di smarrimento dentro di me. De Regibus si dava un gran daffare anche con i maestri, li spronava a essere zelanti. E uscivamo dalla scuola e questo ci rendeva contenti, giravamo per ore a stancarci per la citt, direi senza meta. Cos mi  rimasto. Non ero fatto per quello squallore, non c'entravo con quei signori vocianti che andavamo a incontrare. Ogni volta speravamo in meglio, e invece era peggio. Non c'entravo nemmeno con i brutti tipi che incontrai un pomeriggio alla fiera dei Bastioni di Porta Venezia.
Mi avevano lasciato andare da solo alla fiera, io e un compagno di scuola che era pi grande di me, probabilmente avr ripetuto la quinta, ed era venuto a prendermi. Un ragazzetto, l'ho davanti agli occhi ma chiss come si chiamava, che aveva il padre fruttivendolo. Era molto sicuro nel girare fra le giostre, i tirasegni e i banchetti, e io gli stavo dietro. A un certo punto ci fermammo a un chiosco di quelli dove si gioca alle bocce da gettare e far cadere in un secchio lontano, che poi si prende un premio. C'erano tanti giovanotti in gara, e noi stavamo fra la gente, intrufolati, a godercela. Sul pi bello arrivano tre militi mezzo ubriachi che gridano parolacce e si fanno avanti a spintoni e senza pagare si prendono le bocce e cominciano a provarci. Hanno la camicia nera sotto la divisa grigioverde, il fez nero indietro, sulla nuca. Non ne azzeccano una e si arrabbiano, vogliono ugualmente il premio. La donna del banchetto dice che non gli tocca e si prende un manrovescio, allora intervengono degli uomini per cercare di calmarli ma si prendono anche loro dei pugni, vengono minacciati. Tutti sono zitti, i tre se ne vanno urlando un cumulo di volgarit, e noi due scappiamo lontano. Era la prima scena di violenza e di prepotenza che mi capitava di vedere, e non la dimenticher mai. Mi accorsi che era venuto buio, provai un disgusto pieno di tristezza, un rifiuto ostinato, una furia che mi portai a casa dove non dissi niente. Con il mio amico ci lasciammo come si salutano i grandi, salutandoci appena. Non eravamo pi allegri. Anche lui aveva avuto paura, anch'io. Avevamo provato la paura dei fascisti. Ora li conoscevo meglio. Erano quelli che davano dei dispiaceri al pap e alla mamma. Eppure l'Italia era un paese povero che gli altri paesi avevano cercato di rendere ancora pi povero con le sanzioni, queste strane cose di cui avevo sentito dire. E cercava di farsi largo, di stare meglio, come la Germania.
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La guerra scoppi che avevo finito la prima ginnasio. I miei genitori avevano deciso che almeno io, il minore, me ne andassi a Como da certi parenti, ma poi siccome i bombardamenti non venivano, ritornai a Milano. Ormai erano passate da tempo le belle estati nella villa dell'Alpino sul Lago Maggiore, a mezza montagna. Eterni periodi, da giugno a ottobre, di vacanze incoscienti. Anche quella villa era stata venduta, e in vacanza si andava soltanto ospiti per brevi periodi, da qualche amico. Il resto a Milano, un grande caldo. Ora poi, con la guerra, sarebbe stato ancora pi difficile. Comunque dopo qualche settimana mi trovarono una sistemazione dagli zii a Miasino, sul Lago d'Orta. Anche gli anni dopo ci sarei andato per due o tre settimane, e ci stavo benissimo, con un cugino pi o meno della mia et a giocare tutto il giorno di perfetto accordo. L'altro cugino, maggiore, che per un certo periodo qualche anno prima era vissuto con noi e lo consideravo un fratello, si trovava in Sicilia, sottotenente. La guerra non era lontana. Se ne parlava, e io ne parlavo perch volevo chiarirmi le idee. Intanto avevo preso una decisione, che ormai la guerra c'era e bisognava essere disciplinati e vincerla. Lo sostenevo con calore, ma sentivo che qualcosa non funzionava, che non era cos facile. Segnavo su un quaderno le navi inglesi affondate. Mi sentivo inquieto. Non avevo mai fatto raccolte di francobolli o roba del genere. Adesso raccoglievo incrociatori e mercantili andati a picco. Chi erano quelli che c'erano su?
In prima ginnasio capitai con una professoressa di lettere che sembr prendermi in simpatia. Per poco, per. Uno dei primi giorni di scuola ebbe a ridire per i calzoni troppo corti sulle cosce di alcuni miei compagni, e lo fece con un tono urtante, offensivo, brutale. Perdipi mi fece salire su un banco perch mostrassi la lunghezza dei miei pantaloni, a mezza strada fra l'inguine e il ginocchio. Cos andavano bene. Provai un avvilimento tremendo, e un'aspra avversione per quella professoressa cos rozza. Di l cominci un astio subito divenuto reciproco, che oggi mi pare inconcepibile, per come lei me lo gett addosso per tre anni, senza ritegno. Era una classe diversa da quelle delle elementari, la maggioranza dei ragazzi veniva da famiglie benestanti. Mi ritrovai lo stesso, subito, con i pi indisciplinati, con i pi rivoltosi. Era un modo di dare contro alla professoressa, che mi doveva ripagare senza misericordia. Una mattina ci diede un tema sui luoghi di villeggiatura, e io che avevo naturalmente parlato di quando andavo all'Alpino, terminai l'esposizione con una frase di D'Annunzio. Me l'aveva letta mio fratello. Ricordo perfettamente, diceva "i colli che si specchiavano nelle acque del lago, sembravano piramidi cinte dal trionfo dell'edera." L'avevo messa fra virgolette, e certo non funzionava alla fine di un tema di un bambino di undici anni. Ma a me piaceva, probabilmente volevo esibirmi, chiss. Il giorno dopo la professoressa cominci a sfottermi davanti a tutti, e io la rimbeccai che la frase era di D'Annunzio e lei si mise a scherzarmi di pi, a dire che me l'ero inventata. Allora, l'indomani, mi portai a scuola il libro da cui l'avevo ripresa e mi alzai e gliela lessi a voce alta. La classe si mise a ridere e lei si infuri. Non me la perdon mai.
Questa professoressa veniva spesso a scuola vestita da donna fascista. Mi pareva stupidamente tronfia e sgraziata, e quella divisa, non sapevo nemmeno perch, mi dava noia. Ci faceva discorsi rettorici, non la sopportavo. Aveva due incisivi molto staccati l'uno dall'altro e quando parlava li metteva in mostra. Tante volte mi sarebbe piaciuto cacciarle fra quei due denti odiosi una freccia di carta, con la cerbottana. L'avrei resa ridicola; non avrebbe pi parlato. Non la seguivo, non facevo i compiti, era un disastro. Cominciarono i 4, i 2 in latino. Una volta sghignazzando (fu proprio sghignazzando) mi restitu un compito pieno di segni blu e un bello zero pi iniziale in fondo. Volle precisare fra il divertimento generale che il pi era "per incoraggiamento." Furono tre anni di un braccio di ferro molto duro per me. A giugno ero regolarmente rimandato, durante l'estate studiavo con una mia sorella, a ottobre prendevo sette o otto, e subito dopo ricominciava la catastrofe, la pioggia delle insufficienze. Intanto questa professoressa continuava a venire in orbace e a portarci impettita alle adunate alle quali per cercavo di andare il meno possibile.
Fu in seconda ginnasio che non volli pi saperne. Oltre la professoressa infame c'era un professore di ginnastica che non mi lasciava in pace. Non sapevo salire le pertiche, mi arrampicavo sul cavallo anzich saltarlo, un po' meglio me la cavavo con l'asse di equilibrio. In sostanza ero una nullit. Lui si rassegn o quasi, ma non transigeva sulle adunate. Per la verit mi avevano messo nei balilla moschettieri e la divisa aveva il suo fascino, con i grandi guanti da spadaccino di tela cerata nera su fino ai gomiti, che mi sembravano meravigliosi. Di nuovo per provavo un senso di avvilimento quando ci cacciavano in mano dei minuscoli fucili e ci insegnavano ogni mese un nuovo tipo di presentatarm. Anche il saluto, il riposo, l'attenti, cambiavano di continuo, e il risultato era che qualcuno non aveva capito, faceva come prima, si creava un gran disordine. L'insegnante di ginnastica andava in bestia, si disperava, ci faceva ripetere all'infinito, ma era sempre lo stesso pasticcio. Tutto questo era anche un gran divertimento, e nello stesso tempo mi scopriva a poco a poco quanto fossero assurde, impotenti, ridicole quelle esercitazioni. Mi accorsi che la colpa principale era nostra, che in fondo non ne volevamo sapere, che non ci credevamo. Comunque, marciare in quella divisa un po' speciale mi dava anche soddisfazione, almeno fino a quando non mi capit un fatto. Ritornavamo dall'Arco della Pace dove per ore e ore avevamo aspettato Starace che doveva arrivare da Como e che poi ci pass davanti in un baleno, appena il tempo di ficcare nelle giberne i limoncini con cui ci dissetavamo, e di fargli un presentatarm regolarmente sgangherato. A mezzogiorno ci rimisero in marcia verso la scuola. In Corso Roma ce ne andavamo al solito, in file per quattro, fra l'indifferenza dei passanti. L'insegnante di ginnastica con il fischietto, fri-fri, fri-fri-fri, stava in testa, e ogni tanto si voltava verso di noi comandandoci a voce, un-due, un-due, pass. A un certo momento dovette accorgersi che la gente non ci badava, e la cosa non gli and a genio. "Ragazzi, a quei signori che non vi salutano romanamente, voglio che gli facciate gli occhi neri." Nessuno di noi gli bad. Un tizio che probabilmente lo aveva sentito, a buon conto alz il braccio. Ero sbalordito e furioso. Fu un momento decisivo per me. Mi chiesi per quale ragione dovevano salutarmi, perch avrei dovuto fargli gli occhi neri, provai una sorda avversione per quel professore tutto eccitato e vociante. Da allora riuscii a non andare pi alle adunate. La sola idea mi deprimeva. Mancavano pochi mesi alla fine dell'anno scolastico e trovai sempre il modo di cavarmela.
Ci fu il momento delle tessere del Pnf, credo quelle speciali per noi balilla. Io non versai la quota e dissi che non la prendevo. Non che avessi una chiara idea del perch, dopotutto continuavo a volere che la guerra la si vincesse, ma non mi andava di avere quella tessera. Fui chiamato in presidenza dal preside Luigi Sasso e c'era anche il vicepreside Don Barzaghi, un bravo prete che in seguito scoprii essere un deciso antifascista. Il preside Sasso era uno che non voleva grane, e fra lui e Don Barzaghi mi convinsero ad accettare la tessera, che me la pagava la scuola. Io volevo spiegargli che non era questione di lire, ma non ne ebbi il coraggio e in fondo non avrei saputo nemmeno farmi capire. Presi la tessera e il medaglione con su Mussolini in elmetto e sotto scritto Dux. Questo mi parve una cosa preziosa.
In classe, sempre alla seconda ginnasio, giunsero in gennaio due fratelli, Giovannino e Pippo Lomazzi, con i quali andai subito d'accordo. Abitavano vicino a me, in via Vivaio, e cominciammo a vederci spesso. I pomeriggi passati dai Lomazzi sono fra i pi bei ricordi dell'infanzia. Avevano anche un fratello maggiore, Luigi, che stava volentieri con noi, e una sorella minore, Carla, che ci preparava delle ottime merende. Non studiavamo mai, si giocava sempre, potevamo fare tutto quello che volevamo. Pippo e Giovannino disegnavano molto bene, con un gran senso dell'umorismo, e un giorno che eravamo soli in casa decidemmo di pitturare le pareti della loro stanza. Quando tornarono i genitori non se la presero affatto, anzi si divertirono a quell'affresco in realt molto spiritoso. Anche in casa Lomazzi le cose non andavano lisce, avevano una piccola fonderia di gloriosa tradizione artigiana, anzi con illustri benemerenze artistiche, che stentava ad andare avanti per la concorrenza delle industrie pi grandi. E anche in casa Lomazzi si respirava aria di antifascismo. I figli stavano apertamente per gli inglesi, e io discutevo con loro, sempre sulla mia linea, tenendo per me tutti i dubbi che mi portavo dentro. Quelle discussioni mi aiutarono molto. Mio padre ascoltava ogni sera radio Londra e, quando andava male per gli inglesi, era di cattivo umore. Certe volte mi arrabbiavo con lui, mi chiedevo come si potesse sperare di perder la guerra. Nello stesso tempo sentivo che la mia scelta era testarda, fondata soprattutto sulla convinzione che l'Inghilterra come la Francia erano i ricchi.

La guerra entr in casa. Il bombardamento era venuto. In ottobre, il 28 ottobre se non ricordo male, Milano fu bombardata, verso le sei del pomeriggio. Io tornavo dalla lezione di scherma e all'inizio di corso Monforte, ancora vicino a S. Babila, suonarono le sirene che gli aerei erano gi sulla citt e si sentivano i primi botti. Ero in bicicletta e calcolai che in pochi minuti sarei arrivato a casa dove mi sentivo pi protetto che nel primo rifugio a portata di mano. Non provavo paura, piuttosto uno strano senso del rischio e insieme del caso. Qui o l era questione di fortuna. Meglio l, dunque, e proseguii. Tutto avvenne in pochi istanti. Sentii che qualcuno mi chiamava, ed era mio padre che anche lui andava di fretta a casa. Ma siccome gli scoppi aumentavano, mi fece scendere di bicicletta ed entrammo in un portone, appena in tempo per vedere tutti e due un'enorme bomba che ci veniva addosso. Fin sulle case di piazza Monforte, duecento metri da noi. E meno ancora da dove abitavamo. Non potevamo saperlo, per, poteva anche avere centrato in pieno la nostra casa. La direzione era quella. Era stato un fragore enorme, molto vicino. Mio padre non l'ho mai visto perdere il controllo, anche quella volta rimase calmo e mi fece salire in canna alla bicicletta, e disse che bisognava andare a vedere. Non importava che continuassero a bombardare, la strada era deserta, non parlammo fino allo slargo che d su viale Bianca Maria, davanti a piazza Monforte. La nostra casa era l, era su, malandata per lo spostamento d'aria, ma su. Il disastro era invece davanti a noi. Non ci fermammo. La mamma e le sorelle erano scese in cantina, in salvo. Di sopra l'appartamento era a pezzi. Vetri rotti, soffitti crollati, lampadari caduti e distrutti, per i muri erano rimasti in piedi. Ritornammo in piazza Monforte ed erano le prime rovine della guerra che vedevo. I due enormi palazzi di lato al piazzale bruciavano nel buio. La gente diceva che sotto c'erano molti morti e molti intrappolati. Vennero i soldati, poveri soldati malvestiti, con le vanghe e basta. Una sola macchina dei pompieri. Mio padre mi mand via, lui rimaneva ad aiutare come poteva. Era severo, duro. A casa mia madre ci fece subito lavorare a smuovere i calcinacci e i vetri, a chiudere con dei cartoni le finestre scardinate. Dopo arriv mio padre, disse solo che la contraerea non si era nemmeno sentita, e lo diceva con rabbia. Mi prese vicino, a lungo, capii che pensava che se non mi avesse incontrato potevo trovarmi in piazza Monforte, quando la bomba scoppiava. Si rimase su tardi. Milano era in fiamme. Dal terrazzo si vedevano gli incendi. Adesso bisognava davvero sfollare, cercare un posto sicuro per noi figli, con la mamma. In citt sarebbe rimasto il pap che quel po' di lavoro se lo doveva difendere, e mio fratello al VII fanteria. Mio padre era riuscito a tenerlo a Milano, non voleva che facesse quella guerra. Fu deciso che appena possibile andassimo ad Albino in Val Seriana, da una zia che aveva affittato una villetta.
La guerra si avvicin in altri modi, ancora pi crudeli. Durante l'inverno l'Italia aveva attaccato la Grecia e noi a quell'epoca eravamo ancora a Milano. Una domenica, pochi giorni dopo l'aggressione, le mie sorelle organizzarono una festicciola per salutare un loro amico che il luned sarebbe partito per l'Albania. Questo ragazzo veniva spesso da noi e corteggiava una delle mie sorelle. Quella volta arriv in divisa, mi sembrava un uomo, ma avr avuto al massimo vent'anni. A met settimana giunse la notizia che era morto. Appena sbarcato, fuori Tirana, una raffica di parabellum, dei partigiani, lo aveva ucciso. Non avevo mai sentito parlare di partigiani. Adesso sapevo che gli albanesi sparavano addosso ai nostri soldati. Non era come diceva la propaganda. Poi capit a un altro amico, di Como, si chiamava Crespi. Poi fu la volta del Nando Po, e fu un grande dolore. Lui era di Roma, ma finch avevamo avuto la villa all'Alpino ci trovavamo ogni estate, assieme dalla mattina alla sera. Naturalmente era pi grande di me, aveva l'et di mio fratello, ma per me aveva un debole, mi faceva giocare, mi portava in bicicletta, e mi chiamava chiss perch chichibbio, chichibbietto. Io gli ero affezionatissimo, orgoglioso com'ero che mi badasse tanto. Era in marina e fin a Capo Matapan. Poi ancora tocc al Pita, il cugino che aveva abitato con noi, che era sottotenente in Sicilia e lo avevano imbarcato sul Conte Rosso. Per i miei genitori fu come perdere un figlio, per noi ragazzi, un fratello. La notizia della sua morte non venne subito, fu una lunga agonia. L'avevano dato per disperso. Gli zii e noi ci si aggrappava alle speranze sempre meno credibili. Furono rintracciati i parenti di altri soldati e ufficiali imbarcati. I superstiti raccontavano che a bordo erano in quattromila, mandati a morire, privi di mezzi di salvataggio. Il siluro era arrivato tranquillo, in un'alba ancora stellata, dal sottomarino inglese in emersione. Sentivo ormai su me stesso che la guerra colpiva alla cieca e sconvolgeva i sentimenti. Ogni volta, sempre di pi, si parlava di come i nostri soldati morivano, indifesi, costretti a combattere una guerra per la quale l'Italia non era preparata. Il Conte Rosso non aveva scorta, a Capo Matapan i nostri incrociatori navigavano alla cieca incontro alle corazzate inglesi, in Grecia gli alpini finivano congelati, nella migliore delle ipotesi. Ora poteva toccare a mio cognato che partiva per la Russia con le fasce ai polpacci e gli scarponi che se li era dovuti comprare perch quelli dell'esercito facevano acqua. Ma i suoi soldati non potevano comprarseli. Mio padre diceva che era un delitto, che si mandavano tutti quei giovani al disastro. Ascoltava sempre radio Londra, e sapeva come stavano le cose, laggi. Quando radio Londra riconosceva i successi tedeschi si rabbuiava. N del resto nascondeva per chi parteggiava, e una volta che discutevamo volle farmi ragionare e mi disse di stare bene attento, io che amavo tanto la storia, che qualche volta nella storia di un popolo  meglio perdere una guerra, invece di vincerla. Ricordo bene che non gli diedi ragione, eppure sentivo pi forte dentro di me che si avvicinava il momento in cui avrei dovuto fare i conti con quello che non volevo ancora ammettere.
Ho detto dell'importanza che ha avuto per me la storia. Nell'inverno 1940-41 riuscii a comprarmi o a farmi regalare alcuni libri, la Storia d'Italia del Savelli, Tutti i papi di Decio Cinti, la Storia delle crociate del Michaud, e poi anche una quantit di fascicoli dedicati a citt straniere, della mia amata casa editrice Sonzogno. Volevo sapere che cosa era il mondo, che cosa gli era successo prima di me. Anche la Storia delle crociate era della Sonzogno, sempre a due colonne per pagina, e le illustrazioni alla Dor. Me la leggevo al tavolino nell'angolo della stanza dove noi fratelli studiavamo (ognuno aveva un suo microscopico spazio, e non era proprio facile concentrarsi), perch avevo deciso di sottolineare con la riga, in rosso e blu, i punti pi o meno importanti. Scoprii che le cose non stavano esattamente come a scuola ci insegnavano. Cominciai ad avere qualche dubbio sulla chiesa e la religione. Lo stesso con il libro sui papi, ognuno di essi con una sua breve biografia, ma sufficiente per farmi nascere dei sospetti. Sottolineavo, mettevo a memoria, ripensavo a quello che leggevo e lo ponevo in relazione con quello che mi stava attorno. Cos decisi di informarmi meglio sulle questioni che pi direttamente mi riguardavano, e prima dell'estate mi comprai la Storia d'Inghilterra del Trevelyan, edizioni Garzanti. Eravamo in guerra contro l'Inghilterra, ma non ne sapevo gran che. Comprai anche, sempre di Garzanti, una Storia di Spagna, che era un paese di cui avevo sentito tanto parlare (una volta mio padre aveva detto " finita anche in Spagna"), e dove era successo quello che avevo visto al cinema nell'Assedio dell'Alcazar. Su questo film credo che torner dopo. Il libro sulla Spagna non mi piacque, mentre quello del Trevelyan mi entusiasm. Lo lessi in pochi giorni appena ad Albino, e ne rimasi tanto stimolato da decidere di scrivere io una storia d'Inghilterra. Infatti certe cose non mi convincevano, mi sembrava che andassero raddrizzate. Per esempio, dei livellatori Trevelyan ne parlava in toni troppo tiepidi. Feci un ragionamento che mi parve impeccabile. Se l'autore ha gi letto tutti i libri che cita in fondo alla sua storia,  inutile che li legga anch'io e dunque basta che riscriva secondo le mie idee quello che lui ne ha ricavato. Mi misi all'opera. Tutti i giorni riempivo grandi fogli protocollo, un po' riassumendo e molto cambiando a mio modo di vedere. I livellatori divennero i miei eroi, e tutto procedeva con questo criterio. Ad ogni modo l'anno dopo comprai un altro libro del Trevelyan, di Einaudi, Storia dell'Inghilterra nel secolo XIX. Anche di questo feci diligentemente il sunto con qualche variante personale. Mi rivel una realt sconosciuta, tutto un retroterra di problemi e di battaglie per l'emancipazione dei lavoratori. Ormai avevo dell'Inghilterra un'idea modificata. Mi convinsi semmai di pi che era un paese colonialista, imperialista, per avevo scoperto le lotte per il voto, quelle dei cartisti, per le otto ore lavorative. Tutte cose che finora avevo ignorato. Bisognava che andassi avanti.
In ottobre, visto che i bombardamenti erano cessati, si ritorn a Milano, per la scuola. La prima cosa che feci fu di andare in via Pasquirolo dove c'erano i vecchi uffici di vendita al pubblico della Sonzogno, ad acquistare i due volumi della Rivoluzione francese del Michelet. Mio padre faceva uno sforzo anche a darmi i soldi per questi libri, ma me li dava volontieri. Fu la mia rivelazione, la mia via di Damasco. Tuttavia anche questa volta mi misi controcorrente rispetto a quello che leggevo. Michelet aveva un modo di esporre dettagliato, pieno di citazioni di discorsi, talora di dialoghi veri o fedelmente ricostruiti, tutto evidentemente rigoroso, niente di romanzato, per sempre capace di ricreare con vivezza di immagini le situazioni, i moti del popolo, le arringhe alla Costituente, alla Legislativa, alla Convenzione, i massacri di settembre, le battaglie di Valmy, di Jemappes, l'invasione del Belgio, gli intrighi di Dumouriez o degli emigrati che subito odiai. Non volevo mai staccarmi da quelle pagine che segnavo, e avevo imparato ad annotare a fianco. Talora andavo nella stanza dove mio fratello suonava, e mi mettevo a un tavolo dietro le sue spalle, e leggevo con la Fantasia di Schumann o Les adieux di Beethoven o Bach nelle orecchie. Schumann lacerato e frammentario, vertiginoso, fu in quegli anni il mio preferito.  rimasto, ben inteso, fra i massimi, i prediletti. Perdevo ogni contatto con quello che stava fuori da quella realt cos ricca di cose mie soltanto, la musica, la storia. Con mio fratello per la verit adesso ci stavo poco, perch era sotto le armi, in caserma, e le occasioni erano rare. Ma indimenticabili, lui al pianoforte e io a leggere, e a interromperci per scambiarci i nostri entusiasmi. Per Michelet era dantonista e anche un po' girondino, e invece mi sentivo portato verso i giacobini. Couthon, Saint-Just, Robespierre divennero i miei personaggi, soprattutto Robespierre.  curioso che Michelet, anzich convincermi del contrario, mi portasse a trovare in Robespierre il vero campione della Rivoluzione. Forse perch lo rispettava sopra ogni altro. C' in Michelet una specie di inconfessata ammirazione per lui. Lessi e rilessi quella storia della Rivoluzione francese, e su un punto concordavo pienamente, sulla critica, sull'attacco spietato a Napoleone. Napoleone aveva sepolto la Rivoluzione, che per me finiva con Robespierre. Robespierre mi sembrava enorme, e specialmente due suoi discorsi mi avevano impressionato, quello contro la guerra e quello sulla pena di morte. Mi convinsi che la morte poteva essere solo un male estremo, un'eccezione come nella condanna alla pena capitale, chiesta per il re. L'opposizione alla guerra, d'altra parte, era di una coerenza rivoluzionaria che mi mozzava il fiato, tutto era logico in Robespierre, fino alle sue ultime parole, gi ferito, al gendarme che gli riassettava la fasciatura: "grazie, signore." L'et dei cittadini finiva con lui. Provavo una forte commozione a leggerle e rileggerle; e quei fatti, quei discorsi, li applicavo immediatamente a ci che stava accadendo nel mondo, nel quale mi trovavo coinvolto. Comprai altri libri sulla Rivoluzione francese, il Gaxotte, due grandi volumi illustrati della Mondadori a cura di Decio Cinti (imparai a conoscere i visi dei rivoluzionari e dei loro nemici), nella libreria di mio padre trovai i sette volumi del Lazzaro Papi, un'edizione d'antiquariato, del 1812. In seguito mi procurai il Carlyle, le Memorie della signora De Stal, tutto quello che potevo. Andavo subito a cercare dove si parlava di Robespierre, dei giacobini, e nessun argomento contrario poteva convincermi, anzi mi rafforzava nelle mie opinioni, che c'era stato un complotto per abbattere Robespierre che poi era continuato, fino al mio libro di storia della scuola, dove lo trattavano da pazzo sanguinario. Non avevo dubbi, quella era la via giusta, la via del popolo, dei poveri che abbattono il dominio dei ricchi. Fra i libri di mio padre trovai anche L'esprit des lois e mi ci tuffai con quel poco di francese che avevo imparato. Facevo fatica a capirci qualcosa, ma qualcosa rimaneva, un mondo nuovo, l'olimpico equilibrio democratico di Montesquieu, probabilmente quello che mio padre desiderava, per il quale aveva subito tanti torti.

Il primo effetto di quelle letture fu di distaccarmi dalla religione e dalla fede. Qualche colpo lo avevano gi dato la storia delle crociate e le biografie dei papi, ma adesso arrivava quello definitivo. La Chiesa e  preti erano stati contro la Rivoluzione francese, e la Vandea senza di loro non ci sarebbe stata. La religione si era messa dalla parte del re, dei signori, degli emigrati, dei difensori del vecchio ordine, contro il popolo. Era un inganno, non potevo pi credere. Del resto il mio modo di credere era stato abbastanza ispirato a criteri di disciplina. Non ho mai avuto tentazioni, diciamo, mistiche, o pi semplicemente entusiasmi religiosi, frequenti nei bambini. Credevo perch me lo avevano insegnato in casa, e praticavo perch credevo. Pregavo, facevo la comunione regolarmente, ero addirittura convinto che se osservavo con seriet quelle regole, potevo ottenere da dio che ci aiutasse a vincere la guerra. Uscito da quei mesi di lettura, la religione non mi interessava pi, e i preti e la chiesa li consideravo i sostenitori d'ogni ingiustizia e oppressione. Dovevo trarne le conseguenze, e ne parlai a mia madre una sera che il giorno dopo dovevamo andare assieme a comunicarci, alla chiesa della Passione. Lei ne rimase un po' sgomenta e un po' non mi prese sul serio. La mattina ci recammo ugualmente in chiesa, e io entrai in confessionale da don Ludovico che mi conosceva bene. Gli dissi subito che non credevo pi, che per me non avrei fatto la comunione, ma che se lui era d'accordo la facevo lo stesso per non dare un dispiacere a mia madre. Lui mi spieg che non poteva accettare un tale compromesso, non mi diede l'assoluzione e mi mand via fiducioso che sarei presto tornato. Anche mia madre, quando gli spiegai quello che ci eravamo detti con don Ludovico, sembr sicura che si trattasse d'un capriccio passeggero, e ad ogni modo non se ne preoccup troppo. Non mi sgrid e mi lasci tranquillo. L finirono i miei rapporti con la religione, la chiesa, i preti. Avevo tredici anni ed ero sicuro che non sarei tornato indietro, nemmeno da grande.
Mi sentii straordinariamente libero in quei giorni. Era come se mi fossi tolto un incubo. Le cose che avevo abbandonato, le preghiere, la fede, ecc. adesso non mi riguardavano minimamente e se non divenni mai un anticlericale probabilmente  perch fin da allora presi a considerare preti, chiesa, religione come altrettante realt con cui si doveva confrontarsi, tutt'al pi da combattere secondo i propri principi, senza farsene un'ossessione. Piuttosto mi divenne chiaro che dio non c'era pi a darci una mano per vincere la guerra. La guerra divent ai miei occhi una cosa degli uomini soltanto, che solo loro decidevano. Cambiavo rapidamente le mie idee, e pensavo e ripensavo a Robespierre che si era scagliato contro la guerra o in seguito aveva dovuto farla ma era tutta diversa da quella che l'Italia e la Germania stavano facendo. In Russia nel 1942 cominciava ad andare male, e in Africa non era meglio. La gente parlava fuori dai denti e cos non solo in casa sentivo dire che non se ne poteva pi di una guerra sbagliata, condotta da incoscienti, senza mezzi. Al fronte ci andavano quelli che ne avrebbero fatto a meno, e i fascisti invece se ne restavano in Italia. Me ne accorgevo anch'io. Mi si delineava una strana equazione. I ricchi erano fascisti e questi fascisti come gli altri del partito si imboscavano. Tutto sembrava sbagliato e se era sbagliato come facevamo la guerra, chi vi andava e chi non vi andava, voleva dire che non funzionava qualcosa di pi grosso. Ero sempre meno certo che si trattasse dell'Italia proletaria e fascista e della Germania magari ancora pi rivoluzionaria, in lotta contro le demoplutocrazie. La Russia almeno non lo era. La Russia mi complicava la vita. Mi attirava il suo mondo ignoto, e quando avevo visto al cinema L'assedio dell'Alcazar la mia curiosit era tutta per i rossi. Mi affascinavano, apparivano spietati ma rivoluzionari, pi semplici anche nelle divise, pi popolo dei nostri che erano militari con troppo di gerarchico e una sensazione di vuoto ideale. Troppa rettorica. Ora avvertivo lo stesso vuoto dalla nostra parte, dei soldati che facevano soltanto il loro dovere, degli ufficiali che comandavano soltanto. Com'era dall'altra parte? Con la Francia mi ero messo a posto, almeno per quanto riguardava la sua Rivoluzione. Con l'Inghilterra anche. Era il turno della Russia. Mio fratello aveva comprato la Storia della rivoluzione russa appena uscita da Einaudi, e gliela chiesi in prestito.

Mio fratello continuava a occuparsi di me e questo mi dava molta sicurezza, mi stimolava a essere come lui, non solo nella musica, Lui per preferiva la letteratura e la filosofia alla storia, e mi leggeva Dante, D'Annunzio, soprattutto Leopardi. Leopardi era il suo poeta. Cercai anche di seguirlo sul terreno accidentato della Storia della filosofia del Lamanna e dei Dialoghi di Platone, che mi spiegava ma con scarsi risultati. Non del tutto inutili, tuttavia. Mi piacevano Eraclito, Democrito, i presocratici insomma, cos lineari e attaccati ai dati della natura, e invece provavo un'istintiva antipatia per Platone, che non mi abbandon pi, Provavo, per quel che capivo, una netta avversione verso il suo mondo ideale che mi pareva fatto per uomini superiori, ordinato e sereno, chiuso in una superba aristocrazia spirituale. Per quel che mi raccapezzavo (mio fratello mi spiegava con pazienza), mi era insopportabile. E poi quei problemi erano troppo spirituali, mi annoiavano. Era come ricadere nella religione.
La musica non la studiavo sistematicamente, al conservatorio. Per i miei genitori era gi un sacrificio pesante sostenere le spese delle lezioni di mio fratello. Ed era un'incognita. Questo fu il punto. Il conservatorio non dava altri sbocchi del lavoro di musicista, e studiare privatamente costava troppo. Io continuavo a chiedere, fin dalle elementari, di mettermi in una scuola musicale, di farmi fare il musicista, comunque. Ma i miei genitori avevano i loro limiti e le loro ragioni. Credo che capissero come fossi portato agli studi musicali, per quel che del resto mi riusciva di fare da solo o quasi (seguivo tutte le lezioni di mio fratello). Avevo un bisogno profondo, ossessivo di musica, ma non ci fu verso. Coi tempi disastrosi che correvano un pianista in casa bastava, a me toccava di seguire la normalit e avviarmi a una professione sicura, che non fosse affidata al talento, alla rarit del successo. Ho sempre creduto che se non ci fosse stato il fascismo avrebbero accontentato la mia inclinazione. A poco a poco mi convinsi che anch'io dovevo pagare un prezzo alla situazione sempre pi difficile in cui si trovava la mia famiglia, senza che per questo perdonassi del tutto al pap e alla mamma di non avere il coraggio d'accontentarmi, di non fidarsi abbastanza di me. Attraverso il loro rifiuto, il fascismo mi apparve una barriera alle mie aspirazioni musicali.
Andavo meno dai Lomazzi, preferivo starmene in casa a leggere e a cercare di risolvere i miei dubbi. Oltretutto i Lomazzi erano decisamente antitedeschi e io non riuscivo ancora a esserlo, a convincermi che si dovesse esserlo nonostante quello che mi franava nella testa; specialmente con la Russia non mi raccapezzavo, non mi entusiasmava affatto che perdesse, e mi attirava, dovevo andare a fondo. In classe intanto avevo scoperto che c'era un ragazzo, D'Anzi, antifascista. Mi parve del tutto naturale e confortante. Me lo disse quando gli raccontai la storia che avevo avuto con il preside per via della tessera.
Con mio fratello non ero sempre d'accordo. In particolare su Leopardi, A me Leopardi non appariva affatto un pessimista e basta, piuttosto un poeta carico d'un ironico rimpianto della natura e del mondo. Non ero portato al pessimismo. Lui invece s, e Leopardi lo vedeva in chiave negativa. Si rifiutava di cogliervi la luminosa ribellione che per me c'era. E del resto mio fratello aveva una chiara attitudine autodistruttiva, una vocazione melanconica. Ci mi attaccava ancora di pi a lui, mi sembrava di doverlo aiutare ad avere fiducia in se stesso, nella sua carriera di pianista. Forse per questo mi portava sempre con s. Anche a Napoli, nella primavera del 1940, dove aveva le finali di un concorso pianistico, e vi andammo noi due soli e fu meraviglioso sentirsi liberi, autonomi, pieni di responsabilit. Arriv fra i vincitori e a me cost un mezzo svenimento. In programma c'era la Sonata op. 111 di Beethoven e lui aveva delle preoccupazioni di memoria nelle variazioni dell'ultimo tempo, quando le due mani svolgono quel sublime gioco di permutazioni in un fitto ordito di note continuamente scambiate, nei registri acuti della tastiera. Io, durante la prova conclusiva, m'ero sistemato in una poltrona della sala semivuota, alle spalle della giuria presieduta da Casella (Casella non lo amavamo, era uno del potere, mio padre diceva che era un gran fascista). Allorch mio fratello giunse al punto critico che noi chiamavamo l'etereo e che conoscevo nota per nota, mi sembr che avesse un attimo di smarrimento e perdesse per una frazione di secondo il filo. Mi sentii letteralmente mancare, come se tutto il mondo fosse finito. Ma subito dopo verme fuori dal contrappunto che si distendeva fra i tasti ormai ampliati alle altre ottave, il tema pacato e pieno di gioia che ci portava tranquillamente, noi due, verso la fine. Ripresi a respirare.
Un'altra volta, quattro anni prima, avevamo viaggiato da soli. Durante le vacanze di Natale del 1936 uno zio, fratello della mamma, ci aveva fatto scappare di casa. Aveva le sue idee, secondo lui bisogna uscire presto dalla famiglia, rendersi indipendenti, abituarsi a girare il mondo. Meglio se a Roma, dove ci mandava con mille e cento lire in tasca, ci fossimo arrangiati a lavorare. Lui per la verit viveva di rendita e di bella vita, ma probabilmente proprio per questo voleva che noi si cominciasse presto a fare il contrario. Fatto  che la sera stabilita, in gran segreto, ci mise in treno, e poi avvert i nostri genitori. Mentre noi viaggiavamo felici, per, loro telefonarono a degli amici di Roma, e con nostra grande delusione ce li trovammo la mattina alla stazione. Il giorno dopo arriv la mamma, che accogliemmo nel peggiore dei modi, offesi e avviliti di essere trattati come bambini. Restammo a Roma una settimana e almeno i monumenti e i musei li vedemmo tutti. Ma durante il viaggio avevamo fatto altri progetti. Per l'eccitazione (e in vagoni di terza pieni e scomodi) non avevamo dormito, sempre in piedi a guardare fuori, le stazioni, la notte con una grande luna. Dovevamo risparmiare, sistemarci in una pensione di poco prezzo, magari trovare il modo di guadagnare e starcene via il pi possibile. Quella fuga presto interrotta mi convinse che non c'era d'aver paura ad andarsene in giro per proprio conto, e mi lasci un gran bisogno d'indipendenza.
A quel tempo i miei fratelli avevano un amico al quale mi ero affezionato. Era ebreo e nel 1938, quando ci furono le leggi razziali, la sua famiglia decise di andarsene negli Stati Uniti. Cos un giorno venne a salutarci e io scoprii cos'era il razzismo. Saranno state le due di un pomeriggio di primavera, con la casa piena di un sole senza violenza. C'eravamo tutti attorno a lui, i fratelli, la mamma, il pap, la frulein, e quel sole sereno che entrava dalle finestre attraverso le tende rese ancora pi melanconico il distacco, l'euforia artificiale dei saluti imposti da qualcosa di pi forte di noi. Chiss quando e se ci si sarebbe rivisti. Io non sapevo bene che cosa si nascondeva dietro quegli addii, ma sapevo che doveva andarsene e forse per sempre. Piangevo con i singhiozzi che non riuscivo a fermarli, e lui mi prese in braccio e lo strinsi al collo per non lasciarlo uscire. Mi accarezz, si distacc con dolcezza e se ne and. Mi spiegarono meglio che era ebreo e che questo non voleva dire niente per noi, che anche al piano di sopra ci stavano quei nostri amici, i Bagdagli, che anche loro erano ebrei e dovevano partire anche loro perch in Italia gli ebrei non potevano pi starci. Capii perfettamente di che cosa si trattava, e sentii che loro erano come noi, messi da parte, addirittura cacciati. Non ci volle molto, del resto, per accorgermi della propaganda antiebraica, dappertutto, nei giornali, nei negozi, al cinema. Arriv nei cinema di Milano Sss l'ebreo e andai a vederlo. Ormai per si era in guerra e l'antisemitismo lo si considerava un normale ritornello. Quell'ebreo, Sss, nella gabbia, tirato in alto perch tutti lo potessero meglio insultare e sputare, mi metteva a disagio, non potevo avercela. Mi ritrovavo in mente quel saluto di qualche anno prima, soprattutto quando cominciarono le voci sulla persecuzione degli ebrei, dopo l'invasione della Polonia. Questo non potevo accettarlo. Mi chiedevo se era vero.

La caduta di Varsavia e poi quella di Parigi sono legate all'immagine di mio padre con l'orecchio attaccato alla radio per ascoltare il notiziario di Londra, e poi venire via avvilito, abbattuto. Invece un'altra volta fu diverso, gir alla fine della trasmissione la manopola dell'apparecchio, e sembrava orgoglioso. Fu pressappoco l'8 o il 9 novembre 1941, comunque subito dopo il 7. Radio Londra aveva parlato dei tedeschi che alla periferia di Mosca non riuscivano ad avanzare, e di Stalin che sulla Piazza Rossa del Cremlino aveva assistito imperterrito alla sfilata della popolazione in armi, sotto le bombe, nell'anniversario della rivoluzione. Mio padre disse qualcosa del tipo "ce la fanno, li fermano, finiscono come Napoleone." Per me Stalin era soltanto il capo dei russi, dei bolscevichi, ma quella volta ne ebbi un'idea pi esatta, era uno che fermava i tedeschi che avevo creduto invincibili. Tutto si complicava nella mia testa. Poi, tanti anni pi tardi, di Stalin mi sarei fatto un giudizio ben pi complicato. Per lo Stalin del 7 novembre 1941 sulla Piazza Rossa a sfidare i tedeschi, non lo ho mai potuto cancellare dalla mia coscienza, n lo potrei mai rifiutare. Se guardo bene in fondo a me, c' anche quella sera in cui un antifascista cominciava a sperare nel futuro, e io a pensare che forse era giusto che i tedeschi venissero fermati a Mosca.

Sono state molto importanti le discussioni, per anni, su Leopardi, con mio fratello. Ho detto che per me nelle sue poesie c'era un grande amore, un senso positivo della vita e della natura, e non mi rassegnavo a un altro modo di vederlo. Cos mio fratello mi leggeva anche lo Zibaldone le Operette morali, per convincermi che aveva ragione lui, e poi si fece fare un ex libris, come allora si usava, con una frase presa da un Dialogo "sii grande e infelice." Io gli dicevo che il problema era di essere felici, o comunque prima felici e poi grandi, ma lui non si arrendeva. Quando mi sembrava che la spuntasse, e del resto avevo ben poche armi da contrapporgli, finiva che attaccavo con asprezza quello che mi sentivo leggere, che ci rivelava cos contrari. Eppure cos uniti e diversi perfino sulla musica, il nostro cemento, la saldatura delle nostre coscienze in formazione. Alla musica si accostava con una lucida capacit di analisi disposta a ricostruirsi nell'esecuzione in una razionalit astratta, logica, rigorosamente consequenziale alla struttura profonda del discorso musicale; ma questo pareva convincerlo sempre di pi che la musica apparteneva a una realt sublimata, un'isola di salvezza, di gioie e di dolori avulsi da quella in cui ci ritrovavamo giorno per giorno. Secondo me, invece, la musica apparteneva alla storia quotidiana degli uomini, che cercavo di conoscere, che mi aiutava a conoscere. D'altronde i contrasti non erano poi cos netti, finivamo per appassionarci degli stessi fatti che ci circondavano, avevamo gli stessi problemi quanto alla guerra, per esempio. Le nostre discussioni musicali e letterarie appartengono a un periodo di confusione e di chiarificazione, in fondo generalizzavano le questioni particolari cui volevamo dare una risposta all'altezza dei valori che ritrovavamo nei grandi poeti, nei grandi musicisti. Comunque i nostri interessi erano tanto intrecciati, che fu lui a prendere la Storia della rivoluzione russa del Chamberlin. Anche lui doveva farsi un'opinione attendibile su quello che era successo in Russia. Credo che su questo punto avesse contato parecchio il patto di non aggressione. Aveva aperto uno spiraglio sul paese dei bolscevichi. Per un certo periodo non se ne era detto pi il male di prima. Anzi filtrava una qualche simpatia. Probabilmente il libro del Chamberlin era uscito approfittando di quella congiuntura. Non so bene, ma forse proprio perci mi ero fatto un'idea positiva dei russi, ed ero rimasto disorientato quando la Germania li aggred.
Erano anni cruciali, pieni di novit. Per esempio mio fratello, che aveva sempre evitato il premilitare e non possedeva nemmeno la divisa con i gambali e il cappello fregiato da un'aquila d'oro, aveva fatto amicizia prima della guerra con un ragazzo di straordinaria intelligenza ma fascista convinto. Ogni tanto capitava da noi in orbace e pieno di mistica fede, finch smise di parlare di fascismo e di mettersi la camicia nera e con mio fratello confabulava in una misteriosa complicit. Nel 1942 lo arrestarono per antifascismo, con il gruppo di Parri. Si chiamava Luciano Bolis e ci fu della preoccupazione in casa per mio fratello, ma tutto and liscio. Quanto a me, imparai che si poteva andare in prigione per antifascismo e che ad andarci poteva essere uno come Luciano Bolis, Durante la Resistenza si prese la medaglia d'oro. Nessuno in casa mi parlava apertamente di queste cose, ma i bambini hanno le antenne e con molte lacune riuscivo a capire quello che succedeva.

La lettura del Chamberlin fu un notevole passo in avanti. Ripensando a quel periodo, a quelle letture, alle discussioni fra noi fratelli, con i Lomazzi, con Mussa, con mio padre, mi accorgo che la passione e l'ansia che vi mettevo, spesso il nervosismo, la tensione in cui mi trovavo, lo stesso eccesso di emotivit con cui vivevo la musica, vanno collocati in uno sfondo che non  solo quello del fascismo e della guerra. Per me e i fratelli c'era lo sfondo del rapido decadere economico della famiglia, con la perdita precipitosa di parametri educativi e regole di comportamento, in sostanza di prospettive morali e pratiche alle quali si sostituiva non solo un nuovo modo di vivere bens anche l'insicurezza del domani o dunque di una vita da figurarsi e da darsi appunto in modo nuovo. Certamente noi ragazzi questo lo avvertivamo in termini radicali, e qui si inserivano le questioni generali della guerra, del fascismo, a loro volta ricomprese nel tipo di educazione in sostanza liberale che ricevevamo. Voglio dire che sul piano politico non subivamo grandi pressioni in casa, nessuno ci chiedeva di pensarla in un modo piuttosto che nell'altro, nemmeno di non essere, al limite, dei buoni balilla o avanguardisti o giovani italiane, se lo avessimo voluto. Ma i nostri genitori non nascondevano le loro opinioni, ci informavano di come giudicavano il mondo esterno, ci ponevano di fronte al nesso fra il loro modo di stare in quel mondo esterno, e il nostro decadere nella povert. Gradualmente, dunque, ci vennero a mancare i punti di riferimento sicuri. Perfino certi passaggi contavano, traumaticamente, positivamente certo, come la fine di un'educazione alto-borghese. Per esempio prima, a tavola, non si parlava se non interrogati, e si aspettavano i genitori in piedi, dietro le sedie, finch loro non si fossero seduti; una regola che era tutto un programma di poteri gerarchici, dentro casa per esserlo fuori. Un dettaglio significante, insomma. Ora non era pi cos, si era passati a un'assoluta e bellissima uguaglianza di rapporti familiari, privi d'ogni cerimoniale. Ma questo problematizzava le relazioni con l'esterno, poneva in discussione la certezza di un ordine complessivo, oltretutto smascherava le contraddizioni fra i mutamenti casalinghi con le loro cause evidenti, e gli schemi che ci venivano imposti nell'ambito della nostra esistenza pubblica, a scuola soprattutto. I valori che crollavano in casa non potevano essere parziali, e quelli che si sostituivano non potevano scindersi dalle questioni pi vaste. Il fatto  che la realt ce li metteva di fronte, ma poi dovevamo cercarceli da soli, capire senza molto aiuto poich ci lasciavano liberi di decidere. E il vuoto, davanti a noi, si toccava con mano. Perci l'accanimento con cui cercavamo una pista sicura, nella musica, nella letteratura, nella storia, le mie sorelle rimanendo attaccate alla religione, io credendo che la guerra la si dovesse comunque vincere per poi trovarmi in crisi anche qui, via via che i particolari insopportabili del fascismo mi ponevano l'interrogativo di una situazione complessiva che non potevo pi accettare semplicemente come un'astratta parzialit su cui misurare senza discutere le mie scelte. Lo sfondo familiare agiva in maniera dirompente senza che nemmeno ne fossi del tutto consapevole, determinandomi fra l'altro a non casuali letture. I libri furono per me un'ancora di salvezza, come lo erano per mio fratello che in fondo me lo insegn. Sono cose probabilmente banali, ovvie, che per agirono con grande violenza per il collegamento fra il nascere in famiglia di. una moralit intransigente senza un'esplicita e pedantesca pedagogia, e il venir meno, impensato finora, di una garanzia economica. L'avidit con cui mi immersi nella Storia della rivoluzione russa aveva dietro di s un cumulo di incertezze da risolvere, di insicurezza e delusioni crescenti.
Mi sembrava impossibile che cos vicino all'Italia, a pochi anni di distanza, dove adesso si combatteva, fosse successa una vera rivoluzione, cos gigantesca. Pi di Lenin, Trotzkij, Kamenev, Zinoviev, o Kerenskij e lo zar abbattuti uno dopo l'altro, o la Nep o Kronstadt (tutto da imparare), mi impressionava il possente movimento delle masse popolari nella vastit della Russia, quei popoli, quei soldati, i contadini, gli operai, che si ribellavano e divenivano protagonisti degli straordinari avvenimenti storici di cui diventavano i padroni. Il paragone con la Rivoluzione francese era per me ovviamente inevitabile, e devo ammettere che nonostante fossi tutto dalla parte dei bolscevichi, la mia preferenza per quell'altra storia rivoluzionaria continuava a essere tenace. Niente poteva eguagliare ai miei occhi i dibattiti ai Giacobini o le sommosse al sobborgo S. Antonio sempre dietro Robespierre. E nemmeno Lenin poteva prendere il suo posto. Ero giunto a farmi amico di un falegname, dal quale andavo spesso, probabilmente dandogli un sacco di noia, a lavorare i pezzi di legno che mi riusciva di farmi regalare. M'ero fornito di seghe, seghette, pialle, scalpelli, e mi arrangiavo discretamente; ma l'importante era che Robespierre da buon rousseauiano considerava quel mestiere artigiano altamente formativo. Ora per riconoscevo che le vicende della Rivoluzione russa erano ancora pi sconvolgenti, e poi mi appartenevano in qualche modo. Molti dei personaggi che incontravo nel Chamberlin vivevano ancora, erano gli stessi contro cui anche noi italiani adesso combattevamo. Il libro del Chamberlin arrivava fino alla guerra civile inclusa, e a parte che presi a odiare i Denikin e i Kolcak, a farmi riflettere fu proprio che a battersi contro di loro era un popolo armato come poteva ma convinto della rivoluzione. Il socialismo, i comunisti tanto insultati dal fascismo, mi apparivano dalla parte giusta. Mi chiedevo se lo erano ancora. Anche in Italia i fascisti avevano fatto una rivoluzione, cos ci avevano insegnato, negli stessi anni di quella bolscevica. Ma per chi e contro chi? Il re era rimasto, i ricchi erano rimasti, i poveri erano rimasti, che razza di rivoluzione era mai stata? Il confronto cominciava a insinuarsi, quella faccenda della marcia su Roma mi diveniva pi chiara, mi domandavo dove si trovava il 28 ottobre 1922 tutto quel popolo che avrebbe applaudito alle camicie nere, Di piazze piene di gente ad ascoltare Mussolini ne avevo viste, certo, per la guerra fascista non era popolare, dovevo ammetterlo; e il malcontento aumentava e lo capivi perfino nei discorsi che ci facevamo a scuola, fra noi studenti, sulle razioni del mangiare troppo scarse e la borsanera che spremeva soldi a chi ne aveva gi pochi mentre i pescecani si arricchivano e non lo nascondevano nemmeno. Loro erano il regime, potevano stare tranquilli. Loro non potevano essere la rivoluzione, quella fascista era soltanto una parola vuota. In Russia i bolscevichi avevano davvero cambiato le cose, il comunismo non era solo un nome. Allora facevamo la guerra per una rivoluzione senza sostanza, e sicuramente per questo la gente non ne voleva sapere.
I bombardamenti riprendevano un po' dovunque, a Torino, a Genova, anche a Milano dove l'allarme suonava spesso di notte e cadeva qualche bomba ma noi ci eravamo abituati e stancati di andare su e gi dalla cantina, che molte volte non scendevamo nemmeno. Fra l'altro la cantina trasformata in rifugio non aveva uscite di sicurezza, e se ci avessero centrati saremmo rimasti in trappola. Ad ogni modo, quando vi andavamo e ogni famiglia si sistemava in un suo locale muffoso regolarmente abitato da certi topi che ti giravano fra i piedi creando lo scompiglio con grande divertimento di noi ragazzi, portavamo le candele, i thermos pieni di brodo caldo, un libro da leggere, le carte e gli scacchi per passare il tempo. Si chiacchierava di tanto in tanto con gli altri inquilini, ci si aiutava reciprocamente, con pazienza, non si pensava a quello che poteva succedere, e infine il clima era di una bella solidariet . Mio padre era stato nominato capocaseggiato dalla difesa antiaerea che fra parentesi non esisteva, e tutti avevano fiducia in lui. Ne ero fiero. Ogni tanto, durante gli allarmi, andava sul terrazzo in cima al palazzo per vedere se fosse caduto qualche spezzone incendiario, e certe volte andavo con lui. Il guaio era che avevamo un unico estintore, per cui se ci fosse stato un incendio la sola iniziativa da prendere era quella di avvertire gli altri che andavamo a fuoco.
Intanto l'Italia e la Germania invadevano la Russia dove vent'anni prima era successo quello che avevo letto nel Chamberlin, e la nebbia sempre pi fitta calava su uno come me che continuava a pensare che si dovesse comunque, innanzi tutto, vincere la guerra. Una convinzione sempre meno salda, puntigliosa, fragile nell'intimo dove non permettevo a nessuno di entrare, Giunsi a una conclusione, o a un pretesto. La guerra dovevano vincerla gli alpini, la fanteria, i soldati dell'esercito che si diceva che fossero per il re e contro il duce, non i Battaglioni M, le camicie nere, queste bande di violenti che del resto non mi erano mai piaciuti. Per capivo che non si risolveva niente. Il problema era di fondo. Avevo preso l'abitudine di comprarmi ogni giorno "Il secolo-La sera" (mai nemmeno passato per la testa di prendere "Il popolo d'Italia"), e vi cercavo con ansia i bollettini dei vari fronti, sperando all'inizio in qualche buona notizia. Poi per sperai sempre meno e a un certo momento mi accorsi che leggevo il giornale per vedere, magari fra le reticenze dei bollettini, se davvero subivamo quei rovesci di cui mio padre aveva notizia quotidiana da radio Londra. Ora per sono andato troppo avanti.

Ad Albino finimmo in pratica con l'andare solo d'estate, e anche poco, e c'era un perch. Oltre alla scuola che bisognava pure seguire e a parte la convinzione abbastanza discutibile che i bombardamenti pi seri sarebbero semmai venuti alla bella stagione, c'era un motivo soltanto nostro, della nostra famiglia. Nella casa di Albino che aveva preso in affitto la zia, noi avevamo un paio di stanze per le quali pagavamo una cifra modesta, inferiore al dovuto, quello che si poteva. Perci era la zia che almeno in parte ci ospitava, ed era una brava donna, anche generosa, ma con il brutto vizio di rinfacciarti ogni momento quello che faceva per noi, senza economia di insulti nei confronti di mio padre che guadagnava poco e di mia madre che per lui ci aveva rimesso tutto il patrimonio. Erano brutte scenate, brucianti umiliazioni, episodi frequenti che nella nostra infanzia non sono stati secondari. Al contrario furono un incubo, una minaccia costante, e tanto pi che nello stesso modo si comportavano anche gli altri zii da parte della mamma, fin da quando avevamo perso ogni bene e loro ci avevano dato qualche aiuto, dei prestiti. Per la verit i miei genitori, un po' col lavoro che era rimasto, e un po' vendendo via via ogni cosa, le propriet ma anche i bei quadri antichi e i mobili preziosi sistemati prima del diluvio nei salotti (e i gioielli e tutto insomma), erano riusciti a rifonderli, con interessi s'intende. Ma questo contava poco, i prestiti c'erano stati, il debito morale restava, soprattutto noi eravamo a terra. Quanto bastava perch si sentissero in diritto di insultarci. Erano esplosioni violente, cattive, senza ritegno, davanti a noi ragazzi, come se offendere i nostri genitori fosse per noi un insegnamento. In effetti bisogna probabilmente essere nati in una famiglia ricca per cogliere la logica di certi comportamenti, la ferrea consequenzialit di un'etica brutale. Agli occhi di quegli zii, il fatto che noi si fosse andati in miseria o quasi, era una colpa imperdonabile, una vergogna per l'intiero clan, una contagiosa degradazione sociale. La rivalsa stava evidentemente nel prendere le distanze, imponendoci di subire le loro aggressioni di ricchi che ci avevano aiutato, come se fossero diventati i nostri padroni. Non importa che almeno fino alla guerra ci portassero noi ragazzi, d'inverno, a sciare, o d'estate nei grandi alberghi al mare. Questo faceva parte del risvolto, dell'affetto che pure avevano nei nostri confronti, per quanto possa apparire incredibile; e credo che i miei genitori lo accettassero solo per noi. D'altra parte lo zio della fuga a Roma era un tipo strano, con momenti di vero altruismo e di intelligenza notevole, perfino di idee avanzate sul piano del costume. Per si portava dentro la spietatezza del capitalista, l'adorazione del danaro, la convinzione che chi non ne ha sta sotto e deve subire senza fiatare il potere di chi lo possiede. Una volta fummo accusati, tutti assieme, di essere una banda di irresponsabili perch non avevamo, letterale, indimenticabile, "il culto del capitale." Francamente, in casa, questo culto non l'avevamo. Eravamo davvero usciti dal clan, dalla trib, subivamo la stessa sorte che nelle societ primitive, ancora tribali (vi avrei pensato vent'anni dopo in Africa), subisce chi contravviene alle regole della comunit chiusa. In sostanza, quei miei parenti, erano dei primitivi, al livello della rendita finanziaria e fondiaria su cui vivevano.
Naturalmente mio padre e mia madre non stavano zitti, mia madre pi dura nel reagire, mio padre preferendo il silenzio, o cercando di mettere pace. Era anche difficile rompere, o abitavamo vicini o ci capitavano in casa o sembrava che fosse tornata la tranquillit. Invece, alla prima occasione, ricominciavano, magari dopo lunghi periodi di bonaccia, improvvisamente, e la frulein ci portava via ma noi figli sentivamo ugualmente le urla di quei litigi. Ho provato sempre un'immensa pena per i miei genitori che mi sembravano in trappola, ma anche orgoglio perch andavano per la loro strada. Ed  stata una scuola, ho imparato a conoscere la mentalit, i sentimenti, la moralit del capitalista. Infine la rottura era fra noi che potevamo contare soltanto sul lavoro, per quanto poco ce ne fosse, e loro che il lavoro lo disprezzavano. In realt avevamo infranto il loro ordine, ed eravamo perfino una minaccia politica. Un altro zio chiese a mia madre di non firmare con il nome da ragazza a fianco di quello da sposata, perch lui poteva avere delle noie, dato che mio padre era noto come antifascista. Bene, sono riconoscente a quegli zii, mi hanno insegnato cos' la sottile perfidia, capillare, attentissima a ogni dettaglio, della borghesia. Una volta, avr avuto sette anni, uno di loro mi disse se volevo uscire assieme, in macchina. O anzi cos avevo capito, ed ero sceso subito in strada, dove c'era gi l'Artena pronta, con lo chauffeur in attesa. Senonch avevo capito male, e quando mi vide mi mand via, dicendomi che imparassi bene, che nella sua auto potevo venirci solo quando lui voleva. Scappai via piangendo in uno stato di convulsione che mi fece salire la febbre a 38.
Si capisce perch ad Albino ci andassimo lo stretto necessario. I miei genitori dovevano pur pensare alla nostra sicurezza, e del resto non era sempre una tragedia. Ci divertivamo a fare lunghe gite in bicicletta per le valli bergamasche, con la zia quando non le saltavano i nervi i rapporti erano affettuosi. In fondo lei ci voleva bene e noi pure, per stavamo su due piedestalli diversi dovuti alle diverse situazioni economiche, per cui si aveva sempre la spiacevole sensazione di doverci tenere in guardia, di poter subire quando meno te lo aspetti, un agguato. Povera zia, lei e la sua Borsa, l'unica lettura della sua vita. Quel mondo di parenti mi era divenuto completamente estraneo, il mio era altrove, quello della mia famiglia, degli amici, del meccanico da cui andavo a farmi aggiustare la bicicletta, del falegname, di questa gente che scoprivo, che mi parlava con pazienza, che mi trattava alla pari.

A Milano la vita non era facile. In casa di soldi se ne vedevano sempre meno, si cominci ad andare a mangiare in latteria, un caffelatte, le uova, il formaggio, qualche volta la carne. La mamma e il pap portavano da anni gli stessi palt, gli stessi abiti rivoltati, e noi figli figuriamoci. Una vita all'opposto di quella di una volta, soprattutto per i miei fratelli, pi che per me, che per loro era stata pi lunga. Un buon risultato fu comunque che mi ero unito di pi alle due sorelle non ancora sposate, di quattro e sette anni maggiori di me. Avevano terminato le magistrali e davano ripetizioni di un po' di tutto per essere d'aiuto in famiglia. Mi aiutavano anche a studiare. Dunque stavamo pi insieme di prima e in pratica abbiamo cominciato allora a conoscerci davvero. Non si trattava soltanto dei compiti, c'era il resto, il fatto di diventare consapevoli assieme di quei tempi duri. Sembrava che si fossero dimenticate dell'et dell'oro in cui erano cresciute, facevano la loro parte senza discutere. Devo anche a loro se mi sentivo a mio agio fra la gente del popolo che alla latteria di via Sottocorno ci faceva largo sul tavolo di marmo e si mangiava assieme, si chiacchierava nella maniera pi naturale. Si trovava sempre qualche buon motivo per scherzare,

L'inverno 1942-43 fu l'inverno della ritirata in Russia. Mio cognato che faceva parte della divisione alpina Tridentina lo avevano mandato fino al Don, sulla linea del fronte. Da quando vi era arrivato le lettere giungevano di rado, scritte con un morale che non era alle stelle. Prima, durante l'avanzata, parlava di tutto fuorch della guerra che accettava senza discutere, senza nascondere naturalmente l'amarezza per la lontananza dalla moglie, dai bambini. Poi le lettere si erano fatte pi tese, nervose. Mia sorella ce ne leggeva dei passi, e si capiva che l'avvicinarsi di un nuovo inverno non era un incubo solo per il freddo. Poi smisero di arrivare. Era cominciata la grande offensiva dei russi. Il Natale si avvicinava e sarebbe stato un brutto Natale. Quel freddo lontano mischiato alla guerra, che vedevamo soltanto nelle fotografie sui giornali, ce l'avevamo tutti dentro, come una grande paura.
Le sole notizie erano ormai quelle dei comunicati e dei corrispondenti dalle zone dei combattimenti. Per quanto ci provassero non riuscivano a nascondere il disastro; e c'era anche radio Londra, ma adesso mio padre evitava di parlarne davanti a mia sorella. I tedeschi si ritiravano. Il fronte aveva ceduto, con i nostri soldati anche loro travolti dall'avanzata dei russi. Farsene un'idea, almeno, di quello che succedeva realmente laggi. Per a poco a poco le storie dei primi superstiti, dei primi feriti rientrati in Italia, cominciavano a giungere fino a noi. Eravamo gi entrati nel nuovo anno, e da pi di due mesi non si sapeva niente di mio cognato. C'era stata, questo s lo sapevamo, la battaglia di Nikolaievska; i giornali avevano scritto che a Nikolaievska le nostre divisioni di alpini e di fanti avevano rotto l'accerchiamento, che erano riuscite a salvarsi. Ma solo vaghi accenni alle perdite di uomini, comunque gravi. Finch i treni carichi di feriti e di congelati vennero gi sempre pi numerosi, riempivano gli ospedali, anche vicino a Milano, e ignorare la verit non fu possibile. Mio padre disse che bisognava muoversi, bisognava sapere, almeno tentare di sapere di mio cognato. I suoi genitori, il fratello, apparivano disorientati, incapaci di prendere iniziative, aspettavano e basta. Perci mio padre disse che dovevamo pensarci noi, che non si poteva stare con le mani in mano, con mia sorella a logorarsi senza una risposta. In casa per di uomini disponibili c'eravamo soltanto io e lui; mio fratello non poteva certo lasciare la caserma. Stabilimmo quindi di dividerci i compiti, cio le visite agli ospedali, a cercare qualcuno della Tridentina, che magari ci potesse dare qualche notizia. Io andai a Baggio, vicino a Milano, e a Brescia. Ho dovuto vincere una terribile timidezza, un misto anzi di timidezza e di emozione, non sapevo nemmeno bene come muovermi. Quando arrivavo all'ospedale non mi volevano lasciar passare, ma riuscivo a trovare un medico, un infermiere, che mi ascoltavano e mi mettevano assieme ad altri sconosciuti parenti di sconosciuti soldati. Mi univo a loro che subito mi aiutavano a chiedere di letto in letto e mi sentivo rassicurato da una penosa solidariet. Avevamo la stessa speranza, e la stessa paura che ci dicessero che era morto, o di ricominciare da capo a non sapere niente o di trovarcelo davanti mutilato, irriconoscibile, come quelli che prima di parlargli scrutavamo bene fra le bende sul viso. Ho ancora in mente l'odore di sangue, di cancrena, di cattivo mangiare, di sporcizia, di dissenteria, di uomini pigiati nelle camerate, nei corridoi, un letto attaccato all'altro, ovunque ci fosse dello spazio, le lenzuola sporche. Non mi ero immaginato quell'orrore, quell'infelicit, quelle facce che ti guardavano senza reagire, non gli chiedevo nemmeno che cosa avessero, come stavano, ero uno di quelli che si accontentavano di sentirsi dire s o no al nome che gli facevamo. Trovai un paio di artiglieri della Tridentina che avevano visto mio cognato perch era tenente medico e si era curato di loro. Mi dissero che quando lo avevano visto a Nikolaievska, usciti dalla sacca, stava ancora bene, ma poi non sapevano. Tutto non era affatto finito l. Mio padre riusc anche lui ad avere pressappoco le stesse notizie. Comunque si poteva sperare, e intanto io ne sapevo di pi. Sapevo adesso che cos'era un uomo congelato, mutilato, accecato, inebetito e assurdamente contento di esserci ancora. E potevo capirlo, perch si entra subito in un certo ordine di idee. Sarei stato felice mentre mi aggiravo per le interminabili corsie di trovarmi di fronte mio cognato, anche conciato, ma fortunato di avercela fatta. Si  sconvolti, ma ci si abitua, ci si normalizza. E sapevo adesso che cos'era davvero la guerra, la guerra di Russia, anzi. Certi parlavano pi a lungo, quelli che avevano poco da lamentarsi, i piedi, le mani fasciate. Raccontavano della ritirata per giorni e giorni, trenta, quaranta sotto zero, i morti di freddo, sognando, a migliaia, con i russi dovunque e i tedeschi che avevano fatto ai russi cose orribili e i nostri li avevano abbandonati alla catastrofe, senza il minimo aiuto. Per me non c'era pi scampo.
Tornando da Baggio a casa non mi fermai quando sentii la sirena dell'allarme aereo. Mi fermai quando vidi un aeroplano nemico che andava lento e calmo, verso Milano. La contraerea sparava un colpo ogni tanto, lontano, e l'aeroplano andava via senza manovrare per sfuggire a quell'innocuo sbarramento. Sentii degli scoppi, senza dubbio due o tre bombe. Non cercai un rifugio, non ci pensai. Pensavo a quello che avevo visto e guardavo in aria, dal ciglio della strada di campagna, io e qualche casone di periferia, fra i prati. Del resto le bombe erano distanti, tre, quattro, cinque chilometri. Avevo imparato a fare i calcoli di sicurezza, come tutti; e non potrei dimenticare quella mezz'ora passata l, da solo, a pensare che la guerra era stata tutto un imbroglio, un'assurda enfasi, pagata dai soldati per i primi, quelli morti, quelli feriti, un'immensa maggioranza di povera gente del popolo, come i loro parenti in giro smarriti per gli ospedali, a cercare di ritrovarli, di sapere. Mi sentivo sciolto da un impegno, con un grande vuoto per, da dover ricominciare da capo. La storia dei paesi poveri e di quelli ricchi non funzionava pi. Un aiuto involontario me lo avrebbe dato mio cognato.
Arriv un mese dopo circa, d'improvviso, preceduto da un telegramma spedito alla frontiera. Arriv ad Albino dove ci ritrovammo tutti a riceverlo, sano e salvo, ma senza allegria di certo. Non raccont molto, e tuttavia due cose mi sono rimaste impresse. La prima, i suoi guanti di lana. Aveva detto che i tedeschi gli avevano portato via subito, ancora sul Don, l'unica autoambulanza che aveva in dotazione, e che gli era rimasta soltanto una slitta su cui si ammucchiavano i feriti. Anche il suo attendente, il Ceschina, lo aveva salvato minacciandolo con la pistola, che continuasse a camminare nel gelo invece di sdraiarsi nella neve ai fianchi della colonna, e non voler pi proseguire; e con il Ceschina aveva tirato fuori da Nikolaievska quella slitta carica di congelati, di mutilati. Aveva dovuto arrangiarsi, amputare, operare, medicare come poteva, e sempre coi guanti, che adesso mia sorella li aveva messi a lavare e l'acqua del lavandino divenne rosso cupo, di sangue. Poi mio cognato raccont dei tedeschi che non lasciavano che i nostri soldati si arrampicassero sui loro quattro carri armati rimasti per caso fra le nostre divisioni. E disse che usciti da Nikolaievska gli alpini avevano fatto fuori i carristi tedeschi ormai inutili. Ma disse anche del generale Reverberi, che dopo la battaglia gli parl, a loro pochi sopravvissuti della ritirata, e fra l'altro ammise che "in Russia abbiamo imparato a odiare i tedeschi e ad amare i russi." Per me fu come un sollievo. Ero contento che i russi ne uscissero bene, combaciava con il Chamberlin, con quello che confusamente m'ero immaginato e forse aspettato dalla Russia. Per mi aveva educato una tedesca, i musicisti che amavo erano tedeschi, la Germania aveva occupato un posto importante nella mia formazione. Soffrivo di scoprire dei tedeschi diversi, ma perlomeno avevo le idee pi chiare. E raccont un altro episodio, di quando avanzavano, in un villaggio dove si trovava gi un reparto tedesco e gli ufficiali al centro del villaggio giocavano al tiroasegno con i bambini di pochi mesi, gettati in aria, come monete. Quegli ufficiali assomigliavano troppo ai Kolcak, ai Brunschwick, perch potessero vincere loro la guerra. Dalla parte dei russi, a sentir raccontare, sembrava ci fossero soltanto contadini, operai, o non solo, ma un popolo pi uguale. Il nodo della questione doveva essere Hitler, come da noi Mussolini e il fascismo. Con il fascismo mi era stato pi facile mettere a fuoco il problema, Mio cognato, dopo la licenza per rimettersi in forze, fu spedito a Vipiteno, sul confine, quasi al Brennero.

In quel periodo comprai il Sommario della storia d'Italia del Salvatorelli e trovai inoltre una vecchia raccolta di scritti di Carlo Pisacane, con qualche brano del Saggio sulla rivoluzione che poco pi tardi avrei acquistato nelle edizioni Einaudi. Einaudi cominciava a prendere il posto di Sonzogno nelle mie preferenze, e dev'essere stato allora che lessi Il medioevo barbarico in Italia di Gabriele Pepe, un libro che comunque mi impression molto, attorno ai quattordici anni. Vi scoprivo quello che poi trovavo nelle letture disordinate alle quali mi dedicavo, una storia differente da quella studiata a scuola. Anche il Salvatorelli mi diede una visione diversa, non glorificante come nei testi scolastici, della storia italiana; e a scuola, del resto, si studiava sempre meno e non avevo ormai grandi difficolt con i nuovi professori di quarta ginnasio. Insomma mi restava molto tempo per leggere, Pisacane in particolare mi mise in corpo una grande curiosit, rivelava una dimensione impensata delle vicende risorgimentali e di lui stesso. Anche in Italia, dunque, qualcuno aveva pensato in termini di rivoluzione. Riuscii a procurarmi i volumoni dello Spellanzon, la Storia del risorgimento, pubblicati da Garzanti, meticolosi, tutto un reticolo di fatti sconosciuti e rivelatori. Leggevo qualunque cosa ma scegliendo come potevo dei testi che andavano in senso contrario alla storia edificante, patriottica, rettorica, finora ammannitami; avevo un bisogno caparbio di liberarmi da tutti gli sbagli in cui intuivo d'essermi cacciato, e il fascismo mi appariva sempre pi nettamente la negazione di quello che cominciava a snebbiarsi. Voglio dire che adesso m'interessava soprattutto conoscere bene, senza equivoci, il mio paese, e un altro libro divenuto subito importante fu quello sugli illuministi italiani, Giannone, Muratori, i Verri, anch'esso apparso da Einaudi. Mi stupivo semmai che mio padre non mi avesse mai suggerito queste letture, ma certo aveva altro di cui occuparsi e poi mi lasciava piena libert di orientarmi come volevo. Comunque talvolta lo costringevo ad ascoltarmi, a discutere quello che andavo imparando, e allora ero molto soddisfatto dell'attenzione che mi prestava. Come quando, una domenica mattina mi port al museo Poldi Pezzoli, io e lui soli, e mi spiegava  quadri e gli oggetti esposti in quel silenzioso palazzo signorile. Un'altra volta, invece, per farmi contento poich m'ero messo in testa di diventare scrittore o giornalista, mi condusse al Biffi Scala a conoscere un suo amico letterato. Quel signore mi diede corda, mi raccomand di continuare a leggere se davvero avevo quei progetti, e ne approfittai per farmi subito rifornire la mia piccola biblioteca.
Era primavera inoltrata e avevo una grossa questione in sospeso. L'affrontai andando un pomeriggio dal libraio ad acquistare La mia vita, la mia battaglia di Hitler, appena uscito da Bompiani. Mio padre non disse nulla. Dovevo mettermi a posto con Hitler e ora potevo finalmente confrontarmi a tu per tu. Lessi quelle pagine in pochi giorni, e fu come entrare in un mondo perfino inimmaginabile di idee senza ordine, lontane dal pacato discorrere degli altri autori coi quali avevo preso confidenza, dominate dall'odio ossessivo per gli ebrei, da un'esaltazione tetragona per la Germania sopra ogni cosa. La guerra che vivevamo era uscita di l, dietro di essa c'erano quelle pagine cupe, disperate perfino. Ebbi una reazione istintiva, violenta, caotica magari, di rigetto pi che di rifiuto, non c'era niente di quello che mi aveva affascinato nel Michelet e nel Chamberlin, che potessi mettere in sintono con le idee civili che respiravo in famiglia, anzi l'opposto. Non potevo nemmeno accontentarmi di un semplice no.
Dovevo darmi un'ottica nuova, diversa, ma quale? Il nazismo e il fascismo (la stessa cosa), sarebbero caduti e avremmo ricominciato da capo. Come, che cosa? A poco a poco m'ero fatto delle opinioni, m'ero liberato dalle storture di una logica alla quale avevo voluto restare fedele ma che si era logorata. Per mi rimanevano troppi punti oscuri su tante questioni che mi trovavo di fronte, e avrei dovuto ragionare meglio. Venne lo sbarco in Marocco e poi in Sicilia. La guerra, tutti lo mormoravano, si avvicinava alla fine, l'Italia non avrebbe potuto tenere a lungo. Nessuno ne voleva pi sapere, e non ci voleva molto ad accorgersi che a volerla fare finita era soprattutto la gente del popolo, quella che pi pagava di sacrifici, di dolori. Bastava che venisse in casa la donna che aiutava di quando in quando nelle pulizie, per sentire parlare in un certo modo, o bastavano i discorsi esasperati, ormai senza nemmeno troppa prudenza, nella latteria di via Sottocorno. Gli spioni forse cominciavano ad avere paura, ad ogni modo non ce se ne preoccupava pi tanto, almeno in quel posto dove poi ci si conosceva tutti. Mario Appelius gridava "dio stramaledica gli inglesi" nell'indifferenza generale, nessuno pi l'ascoltava, semmai qualcuno l'aveva ascoltato. Una guerra, ragionavo, non la si fa senza il popolo o peggio contro il popolo, perci l'avevano persa i bianchi in Russia e gli emigrati in Francia, ai tempi di Robespierre. Avevamo fatto amicizia con il console turco a Milano che abitava vicino a noi, e veniva spesso a trovarci. Era un antifascista e un antitedesco arrabbiato, non lo nascondeva parlando con il pap e la mamma, davanti a noi ragazzi d'altronde attenti a tenerci per noi certi discorsi. Mio padre pareva cambiato, pi sicuro di s. Vidi per la prima volta un giornale clandestino, "L'Italia Libera," di piccolo formato, con degli articoli contro il regime e che incitavano a ribellarsi, a prendersi la libert. A scuola mi era capitato intanto un compagno di banco che si chiamava Brando Brandolini, buffo, simpatico, diceva un sacco di spiritosaggini, ce la intendavamo. Non era il tipo, per, con il quale parlare di politica. Scambiai con lui una vecchia macchina fotografica contro un'automobilina Schuco. Alla fine di giugno ritornammo ad Albino.

Il 25 luglio arriv d'improvviso. Ad Albino si trovavano solo la mamma e le sorelle, oltre alla zia. Il pap e mio fratello erano rimasti a Milano. Nessuno se l'attendeva, almeno cos presto, d'un colpo, che Mussolini fosse rovesciato e il fascismo finito. Mia madre era felice e il pap tutto eccitato telefon che sarebbe venuto su, appena possibile. Io chiesi di potere andare a Bergamo, a vedere cosa succedeva, che cosa erano quelle manifestazioni popolari di cui parlava la radio, Ad Albino tutto si era limitato alle bandiere tricolore esposte alle finestre, e al falegname dal quale andavo per i miei lavoretti, che trovai nella piazza del paese, fra un gruppo di paesani vocianti, euforici, e che ricordava a tutti di essere stato sempre socialista e diceva che quel giorno dovevano considerarlo la sua festa. Era un vecchietto gentile e buono, un falegname, davvero, come ce lo si immagina da bambini dopo aver letto Pinocchio, con un bel nome, Gaudenzio, che gli stava bene, e gli stava bene che fosse socialista. Almeno cos mi parve.
Ad Albino tutta quella gente scesa nella piazzetta a parlare senza pi peli sulla lingua, si portava con s un senso di sollievo e di speranza che stava al centro dei discorsi. Quella valle, come tante altre l attorno aveva via, a militare, al fronte, tanti giovani, artiglieri e alpini, e ognuno aveva un figlio, un fratello, un amico che forse adesso sarebbe ritornato, perch adesso la guerra doveva finire, con Mussolini messo in prigione. Di questo si parlava soprattutto, come se nemmeno Badoglio avesse detto "la guerra continua." Invece doveva finire, altrimenti perch il re avrebbe messo alla porta il fascismo? Ebbi il permesso di andarmene e in mezz'ora fui a Bergamo. L sembrava che tutta la citt fosse in strada, le case vuote. Mi colpi l'atmosfera di spontaneit, di liberazione generale, di sorrisi, di fratellanza. Vidi un testone del duce, in marmo, che rotolava spinto a braccia e a calci da un gruppo di uomini allegri, e molte bandiere tricolori, qualcuna rossa. Erano le prime bandiere rosse che vedevo, e le trovai particolarmente logiche, le pi opposte. Pensai che con quelle non c'erano equivoci, lo pensai senza fatica. Tutt'attorno un gran frastuono, di voci sgolate, di canti sconosciuti, finalmente all'aria aperta. Ma, ecco, l'emozione vera che provai, indimenticabile, fu quella di trovarmi per la prima volta in vita mia di fronte al popolo. Cos doveva essere stato il popolo di Parigi che aveva invaso le Tuileries, come lo raccontava il Michelet, festoso, tranquillo, finalmente padrone dei suoi movimenti; e cos doveva essere stato a Pietrogrado, quando avevano spazzato via lo zar. Di adunate oceaniche ne avevo viste, naturalmente, ma questa era tutta diversa, piena di immaginazione, improvvisata, assolutamente ovvia, fatta di gente che si trovava da s quello da dire, che gridava piena di gioia e scandiva pace, e tante altre belle cose, sotto i cartelli, gli striscioni scritti in fretta, con tante volte la parola libert, e ancora pace. Dunque erano cos in tanti a volere le stesse cose che sentivo dire in famiglia? C'erano in mezzo signori distinti, gente per bene, giovani e ragazzi come me del resto, di buona famiglia; ma mescolati a quel grande dilagare di popolo, sommersi da uomini e donne usciti dal lavoro, ancora in tuta, popolani come forse non ce ne sono pi, poveri, donne con i bambini alla mano, uomini semplici. Mi cacciai in mezzo a loro, con la mia bicicletta che mi tenevo al fianco, e un gruppo mi prese con s e mi sentii sicuro, felice, allegro, fra gente di cui mi fidavo, che si aspettava tutto di buono. Fui preso da una gioia che non sapevo ci fosse, tutto zitto e intimidito, a gridare anch'io ogni tanto, e andavo dietro con zelo, fiero di essere visto dagli altri, che dimostravo d'essere dalla loro parte, che perci gli stavo in mezzo. Tornai ad Albino, la sera tardi, sfinito.
Il pap arriv il giorno dopo. Ci raccont di Milano in festa, pareva rinato. Rimase per un po' ad Albino e un pomeriggio ci port tutti in val Brembana, vicino a S. Pellegrino, a trovare Sortole Belotti. Ci andammo anzi con la macchina del console turco che era venuto la mattina da Milano, e fu una giornata speciale. Belotti era gi anziano, e mio padre mi aveva detto che prima del fascismo stava in Parlamento, deputato. Apparteneva a quel mondo misterioso e lontano che stava rinascendo, di cui in fondo avevo sentito parlare poco anche in casa. Sapevo solo che i miei volevano che ritornasse, che gli erano rimasti caparbiamente fedeli. Ero curiosissimo di conoscere quel signore, dal quale andavamo sereni e distesi come da anni non ci riusciva. Belotti ci accolse cordialissimo, ci disse delle cose belle del pap, e poi li sentii parlare della situazione, di quello che poteva succedere, preoccupati. Badoglio aveva detto che "la guerra continua" e a me sul momento non era del tutto dispiaciuto, perch l'Inghilterra continuavo a considerarla una prepotente padrona del mondo, in India, in Africa, ovunque, sempre sull'altra sponda, dei ricchi. Quanto all'America non avevo opinioni definite, mi era abbastanza indifferente (l'America poteva essere stata per me, da piccolo, l'autentico terrore per il film Tom Sawyer, pi tardi l'entusiasmo per i meravigliosi e luccicanti musicals con Fred Astaire, da me amatissimo, ora i dentoni della signora Roosevelt che le stupide vignette dei giornali esibivano come una colpa politica, pi la sensazione di un mondo opulento e lubrificato, che funzionava senza fatica, con alle spalle il mito di Washington da controllare). Ricordo perfettamente che quando Badoglio pronunci quella frase, pensai subito a una nostra guerra diversa da prima, senza il fascismo, finalmente giusta, contro gli inglesi. Dur poco, per, forse qualche ora, a Bergamo anche quell'ultima fantasia se n'era andata. Intanto i tedeschi avevano cominciato a entrare in Italia senza che nessuno li avesse invitati. Non avevo dubbi sulla loro prepotenza, sulla loro minaccia. Belotti, il console turco, mio padre, avevano ragione di preoccuparsi. Capii che temevano un'invasione silenziosa, dal Nord, ben peggiore di quella che saliva dal Sud, degli Alleati. Li sentivo parlare di quanto tempo gli Alleati potevano metterci ad arrivare fino a Milano.
Dopo qualche settimana fui mandato a Vipiteno da mia sorella maggiore che stava l con il marito (il cognato alpino) e i due bambini. Mi ci mandarono anche per aiutarla, caso mai avesse avuto bisogno di aiuto se si fosse decisa a tornare ad Albino. Le voci che prima o poi l'Italia avrebbe chiesto la pace si facevano sempre pi insistenti, e comunque a tutti era chiaro che un'Italia senza pi Mussolini non poteva continuare a stare a fianco dei tedeschi. Allora al Brennero non sarebbe stato facile, ed era meglio che mia sorella e i bambini se ne venissero via, A Vipiteno per vi andai dopo i bombardamenti su Milano dell'agosto, Noi eravamo ritornati tutti in citt perch volevamo stare assieme e del resto credevamo davvero che gli Alleati non avrebbero pi bombardato. Invece verso il 10 agosto annunciarono che se l'Italia non si arrendeva sarebbero riprese le incursioni, e cos tutti, mio padre compreso, si fece ritorno ad Albino. Il giorno dopo, il 14 agosto, arriv il primo dei due tremendi bombardamenti che rasero al suolo Milano. Di notte, lentamente, un frastuono insistente ci aveva svegliati, e fino all'alba avevamo visto gli incendi, Milano che bruciava, una immensa mela rossa, su tutta la citt, cinquanta chilometri da dove eravamo. All'alba mio padre e io partimmo, appena smessi gli scoppi delle bombe. In citt era rimasto mio fratello, sempre al VII fanteria, e bisognava sapere qualcosa di lui. Fu un viaggio peggio del solito. Molti come noi andavano a sapere cos'era successo delle loro case, di chi era rimasto gi. Il tram fino a Bergamo e poi il decrepito gamba de legnn da Bergamo a Monza, la vecchia locomotiva in testa e un'infinit di vagoni aperti, tozzi, scalchignati, di cent'anni prima, dietro. Pieni all'inverosimile, si capisce, tanto che alla salitina di Trezzo d'Adda, duecento metri in lieve pendio, si scendeva e si spingeva il treno che se no non ce la faceva. Poi si risaliva uno addosso all'altro, a mormorarci le nostre ansie, e a ogni fermata, ogni paese, salivano ancora, sui predellini, sui tetti, col fumo che ti soffocava e il carbone fin dentro la camicia. A Monza arrivammo dopo quattro ore di viaggio, per una trentina di chilometri, ormai giorno, caldo. Ma da Monza non si proseguiva, niente corriera, bisognava arrangiarsi, Trovammo un carro tirato da un cavallo, che andava a Milano e un po' di spazio per starci anche noi lo si rimedi. Finalmente eccoci a piazzale Loreto, in una citt sconvolta, che bruciava ancora, nel caos. Migliaia di milanesi ci erano venuti incontro lungo la strada, a piedi, in bicicletta, su qualche camion, carri, carretti. Erano i profughi che scappavano, che ci raccontavano, passando, del bombardamento, che dicevano che le fortezze volanti sarebbero ritornate in giornata, di non andare in mezzo a quel disastro. Mi trovai a contare su cinquanta, cento di quei disgraziati, quanti potevano essere operai, popolani, e quanti borghesi, professionisti. Lo feci tre, quattro volte. Cercavo una specie di verifica a quello che mi passava sotto gli occhi. La maggioranza, stragrande, era sempre una sola. Mi chiesi perch il peggio toccasse sempre, quantitativamente, a cominciare dalla quantit, proprio a una parte soltanto, sempre la stessa. Non era sopportabile. Per arrivare al VII fanteria dovevamo attraversare tutta la citt, a piedi. Bisognava fare attenzione ai fili del tram per terra, che forse avevano ancora la corrente, e ovunque le macerie, i soldati che lavoravano su cumuli di rovine per scavare fino al rifugio a liberare qualcuno, se viveva ancora. Ogni tanto passava un'ambulanza piena di feriti, con la porta posteriore aperta perch ce ne stessero di pi. Ma c'era molto controllo, qualcosa di solido, di severo, di consapevole. Nessuno che si lasciasse andare alla disperazione, piuttosto una febbre di riorganizzarsi, di aiutarsi, di tenere la calma. Anche una terribile rassegnazione, una terribile pazienza, Davanti alla stazione, fra i giardinetti, c'era un morto e un brandello di pelle bruciacchiata che pendeva da un ramo. Passammo via senza dirci che non ci aspettavamo una Milano cos distrutta. Andavamo in fretta. A piazza Fiume, oggi piazza della Repubblica, fummo fermati da cinque o sei suore che candidamente ci chiesero dove si prendeva la corriera per Lodi. Gli spiegammo che non era il caso di andarsela a cercare, e trovammo il modo di ridere della loro ingenuit. In piazza S. Ambrogio dove c'era la caserma giungemmo quasi all'una, e fu un momento tremendo quando si volt l'angolo per entrare nel piazzale. Ci avevano detto che la caserma non era stata colpita, ma non si poteva mai sapere. In effetti era l, in piedi, e mio padre si lasci andare, smise la disinvoltura che aveva esibito per me, tenendomi per mano. Ci precipitammo all'ingresso e finalmente ci dissero che mio fratello era fuori a scavare, chiss dove. Andammo a casa e anche la casa era su. Mio padre disse che lui rimaneva e che io dovevo ritornare ad Albino. Di nuovo a piedi, questa volta solo, e poi su un camion fino a Monza, e l per fortuna il trenino aspettava a partire, che fosse buio. Giunsi ad Albino di notte, appena in tempo per sentire di nuovo che a Milano bombardavano. Questa volta c'era anche mio padre sotto le bombe. Non si poteva restare e cos la mamma e le sorelle e io si prese il tram delle cinque e mezzo. A Milano andammo diritti a casa e all'inizio di viale Bianca Maria trovammo mio padre che si dava da fare con altri uomini a sgombrare la strada dalle macerie. Con la nostra casa era finita. Una bomba di grosso calibro caduta proprio davanti l'aveva sventrata, squarciata. Mio padre ci raccont come in rifugio avessero avuto la sensazione che il mondo gli cadesse addosso, mentre poi erano potuti uscire senza fatica e poco dopo lo aveva raggiunto mio fratello con un paio di soldati, diretti pi in l. Non ci parve una tragedia visto che eravamo tutti vivi, soltanto che adesso non avevamo dove andare, se non ad Albino. Un periodo della mia vita era finito per sempre, davanti a quella nostra casa dove non saremmo pi entrati. L ero nato, l avevo vissuto in un grande appartamento che ricordavo appena, e dopo che l'avevamo venduto in quello piccolo del terzo piano. Mi accorsi di non avere mai pensato di poter vivere in un'altra casa, in un'altra strada, e che invece bisognava chiudere e di certo non per il meglio. Ai primi di settembre trovammo quattro stanze in via Anzani, nemmeno male per la verit. Ad Albino eravamo tornati subito, dopo avere avvertito mio fratello che non potevamo fare altro.
Verso il 25 agosto partii per Vipiteno. Doveva essere anche una vacanza in montagna, un riposo, ma non ce ne fu quasi il tempo. Pochi giorni, due, tre, stupendi, di gite nei boschi, irreali, e basta. La tensione cresceva, ne parlavano alla tavola degli ufficiali in modo esplicito. Gli ufficiali avevano ricevuto l'ordine di far girare senza interruzioni per Vipiteno e dintorni le pattuglie armate degli alpini, in stato d'allerta, in guardia contro il nemico. E il nemico da cui guardarsi erano i tedeschi, dai quali ci si aspettava un attacco di sorpresa. Il morale stava gi gi, sotto i piedi, lo capivo dai discorsi avviliti, pieni di stanchezza, di un'attesa insicura, nervosa. La Tridentina era una divisione di artiglieria da montagna riorganizzatasi dopo la Russia, ma con in dotazione dei pezzi greci presi ai greci tanti anni prima, senza che per ci fossero le granate giuste. Cio il calibro di quei cannoni non corrispondeva a quello dei proiettili in dotazione, n si era pensato di fabbricarne di adatti. Uno dei tanti piccoli particolari trascurati dalla nostra organizzazione militare. Comunque le batterie erano state disposte con le bocche rivolte verso il Brennero, cio puntate sui tedeschi che intanto continuavano a varcare tranquillamente la frontiera e a passare da Vipiteno con i loro carri armati e le autoblindo, a centinaia. Faceva impressione, paura, quel disinvolto scorrazzare della Wehrmacht come se noi non esistessimo, e in effetti, quanto a possibilit di fermarli, non ne esistevano. Chiss cosa potevano sparare quei cannoni, se ce ne fosse stato davvero bisogno. Una settimana dopo il bisogno ci fu, e non spararono un colpo. Intanto le cose si erano messe in modo tale che mi venne proibito d'allontanarmi dall'abitato, poteva essere pericoloso. Cos me ne stavo a Vipiteno e di quei giorni in quella cittadina sudtirolese ho il ricordo dell'impressione che mi fece la casa del fascio, di mattoni rossi come le altre, tarchiata, brutta, al centro del paese, volgare. La stupidit fascista, la tracotanza fascista non potevano essere pi materializzate. Come si poteva violentare in quel modo una coerenza di ambiente, di paesaggio, di sentimenti e di gusti della popolazione? Questa ci era palesemente ostile, lo dimostrava senza complimenti, ogni giorno si sentiva raccontare qualche episodio di aggressivit verso gli italiani. Il fascismo non c'entrava, se non in quanto era l'Italia, e loro erano tedeschi, e stavano dalla parte dei tedeschi, dei nazisti che venivano gi dalla Germania. Non ci volle molto perch anch'io mi sentissi coinvolto in quell'atmosfera inquietante, di una nuova guerra ormai inevitabile. Il nemico lo sentivamo attorno, addosso. Cercai di convincere mia sorella a lasciare Vipiteno, ma non ne volle sapere, nemmeno quando, sar stato il 3 settembre, venne dal comando la disposizione che tutti i cittadini italiani senza obblighi di lavoro o che non fossero le mogli e i figli degli ufficiali, dovevano andarsene da quelle zone di frontiera. Mia sorella rimase ed io partii. A Bolzano il ponte sull'Adige lo avevano bombardato la notte precedente e a passare da un treno all'altro attraversando il fiume a piedi, su un ponte di barche, ci mettemmo delle ore. Feci amicizia con una giovane signora molto bella, vestita di nero. Le era morto il marito in guerra e diceva "per questi tedeschi, per questa guerra inutile." L'aiutai a portare le valigie e finalmente il viaggio riprese. A Milano non mi aspettavano, mi ritrovai nel nuovo appartamento di via Anzani dove i miei si erano trasferiti da poco. Era un appartamento modesto, sbiadito, con qualche mobile lasciato dagli inquilini sfollati, del tipo buffet-controbuffet, tristissimi. Noi vi portammo quello che non era andato distrutto dalle bombe, qualche sedia, un tavolo, un vecchio divano, le cose della cantina.
Decisero che facessi ancora un po' di vacanza a Miasino dai cugini, sul Lago d'Orta, e probabilmente volevano mettermi al sicuro. Presi la bicicletta, un sacco in spalla, e me ne andai. Era il 6 settembre. L'8 fu dichiarato l'armistizio.

La notizia dell'armistizio giunse anche a Miasino attraverso la radio che trasmetteva il comunicato di Badoglio con l'ordine generico di combattere contro chiunque avesse attaccato le nostre truppe, e non ci volle molto a capire a chi si riferiva. Dunque finiva una guerra e ne cominciava un'altra, in casa, contro i tedeschi. Mio cognato e mia sorella, con i bambini, si trovavano a Vipiteno, e mio fratello a Milano, i tedeschi alla periferia della citt. Non potevo starmene a Miasino, telefonai a Milano ma mi sentii dire di non muovermi. Pazientai ancora il 9 e il 10 e intanto tutti parlavano dei combattimenti a Roma, della fuga del re e di Badoglio, dei tedeschi che facevano prigionieri i nostri soldati rimasti senza ordini, sbandati. L'11 inforcai la bicicletta e me ne venni a Milano. Passando per Omegna incontrai una colonna corazzata tedesca. Nessuno mi badava perch ero un ragazzo, e cos potei raggiungere Milano senza fastidi. Per arrivare fino a casa dovevo passare da Porta Venezia e di l per viale Piave dove c' l'Albergo Diana. Davanti vi avevano sistemato due Panzer con il lungo cannone ad alzo zero, all'altezza della gente. E di gente ce n'era parecchia all'altro lato della strada, a guardare in silenzio quei due Panzer e gli ufficiali nazisti che entravano e uscivano dall'hotel trasformato in un loro comando. Mi fermai anch'io, senza parlare, come gli altri, e capivo che tutti la pensavamo allo stesso modo. Eccoli l quelli che avevano devastato l'Europa. Ora toccava a noi. Ci comunicavamo senza dir niente la nostra collera, da buttar giri, nello stomaco.
A casa trovai brutte notizie. Mio fratello lo avevano preso. And cos. I tedeschi in un primo momento avevano accettato di restare fuori Milano, ma il 10, senza nemmeno denunciare l'accordo, erano entrati in citt. Mio fratello si trovava in caserma e il colonnello Calvi, suo comandante, un antifascista, decise di resistere, almeno di tentare, coi soldati e gli ufficiali che se la fossero sentita. Gli altri, aveva detto, se ne andassero pure. Mio fratello aveva scelto di rimanere, ora poteva esserci un senso fare la guerra. Piazzarono i cannoni fuori dalla caserma, sulla piazza, ma non credo che abbiano sparato un colpo. Erano in pochi e i tedeschi, con i carri armati, quando arrivarono, li avrebbero schiacciati in quattro e quattr'otto. Calvi non se la sent di tener duro e diede l'ordine del si salvi chi pu. Ognuno si mettesse in borghese e i soldati se la squagliassero mentre lui trattava e in pratica si consegnava prigioniero. Mio fratello fece come tutti, ma ritornando a casa incapp in una retata. I tedeschi gridavano comunisti comunisti, avevano circondato la zona e prendevano anche i vecchi, anche un ragazzo di tredici anni fini nella retata. Riusc a farci sapere con un biglietto gettato dal camion che lo portava via, che lo stavano portando in un campo di concentramento a Modena.
Mio padre e mia madre dissero che si poteva solo sperare. Loro per sapevano dove sarebbe finito, nei lager, in Germania. Comunque non potevano fare niente e allora mio padre decise di partire per Vipiteno alla ricerca di mia sorella e dei bambini, che suo marito lo avevano fatto sicuramente prigioniero. Non sarebbe stato facile risalire l'Italia, per doveva tentare. Fu cos che non trov mia sorella ma liber mio fratello. Una storia incredibile.
Riusc in qualche modo a raggiungere Bolzano. Qui non c'era un treno per il Brennero, avrebbe dovuto aspettare fino al giorno dopo, cio il 14 settembre. Allora, bloccato in una stazione a Bolzano, si diede ad aiutare una crocerossina italiana che si procurava quanto poteva di mangiare e lo passava ai nostri soldati nelle tradotte che li deportavano. Quei treni di deportati erano uno dopo l'altro, con i prigionieri a novanta, cento, di pi, per ogni carro bestiame, quasi tutti chiusi, qualcuno scoperto. Mio padre andava avanti e indietro per le banchine della stazione, tutto il giorno, e intanto chiedeva se venivano da Modena. Al coprifuoco sal sulla carrozza che la mattina dopo sarebbe partita per il Brennero, e si addorment. Quando si risvegli si accorse che il treno era partito senza di lui, che avevano sganciato il suo vagone. Cos riprese ad andare su e gi per i marciapiedi, come il giorno prima, finch la crocerossina lo inform che stava arrivando un treno da Modena. Di fatti poco dopo il treno era l, fermo, pieno di soldati, e lui si mise a chiamare mio fratello. Lo trov che era su uno dei due soli carri aperti, fra un centinaio di civili, da quattro giorni in viaggio senza bere e mangiare se non quello che gli riusciva di prendere al volo alle stazioni, dai ferrovieri, da chi rischiava per buttargli un pezzo di pane. E cominci l'incredibile. Mio padre si accorse che la sentinella tedesca era voltata e fece saltare gi dal carro mio fratello, lo copr subito con il suo impermeabile, gli cal il suo cappello in testa. Poi lo prese sotto braccio e con calma ricominci a chiamare un nome qualsiasi, risalendo la banchina come se niente fosse, cercando di guadagnare il sottopassaggio. Ma non aveva fatto cinquanta metri che la sentinella si accorse del trucco e li raggiunse bloccandoli. Mio padre cerc di opporsi e ci fu dell'agitazione.  inutile dire che parecchi tentativi di fuga erano gi finiti con una raffica di mitra; mio fratello era in borghese, poteva essere uno qualsiasi, ma ormai era inconfondibile. Non si poteva darla a bere che non fosse un prigioniero. Opporsi era impossibile. In quel momento arriv la crocerossina assieme a un colonnello delle SS che si fece riferire cosa stesse succedendo. Prese mio fratello per un braccio e ordin che fosse riportato al suo vagone. Qui mio padre, ci raccont poi, si sent come se ogni prudenza, ogni calcolo, ogni astuzia dialettica, se ne andassero via, lo abbandonassero. Non poteva accettare quello che succedeva, lui sapeva chi erano le SS, che cosa erano i lager, Buchenwald, Mauthausen. Pochi in Italia lo sapevano ancora, appena dopo l'8 settembre, ma lui s, lo sapeva bene. Non poteva subire. E parlava perfettamente il tedesco. Si mise davanti l'SS e in un tedesco impeccabile gli url in faccia tutto. Che loro, il loro Hitler, avevano massacrato il mondo, che avevano ucciso milioni di persone nelle camere a gas, che avrebbero pagato per i loro delitti, che l'Europa li malediva, che non avrebbe lasciato andare suo figlio in Germania, che prendessero lui al suo posto, che dalla Germania non si ritornava, che la loro civilt era l'inferno. Gli disse queste cose e tante altre, tutto il suo orrore per il nazismo. Non implor perch sapeva di non potere ottenere niente, la partita era persa, da perdere per senza tacere. L'SS lo ascolt in silenzio, non gli rispose una parola, disse soltanto a mio fratello "vattene via." Chiss cosa gli era successo dentro. Ma non era facile andarsene da Bolzano, con i tedeschi ovunque e la popolazione che si era armata e si era unita a loro. Per fortuna, ancora una fortuna, mio padre ricord di avere fatto molti anni prima, prima del 1930, una causa per un albergatore italiano che aveva il suo albergo vicino alla stazione, e lo ritrov. Rimasero due giorni nascosti nei sotterranei, finch li avvertirono che un camion italiano partiva per Brescia, potevano provarci. Si nascosero sotto un telone e gli and bene. Da Brescia raggiunsero in qualche modo Bergamo e poi Albino. Mio fratello and a nascondersi in una baita lontana dal paese, sulla montagna. Di mia sorella non si sapeva niente. Arriv due giorni dopo, coi bambini, distrutta. Il marito lo avevano catturato e spedito in Germania. Lo avevano arrestato 1'8 settembre gli uomini della famiglia altoatesina presso cui vivevano, armati. Lei era rimasta ancora qualche giorno a Vipiteno, finch lo aveva visto partire in un vagone bestiame.

Mio fratello si era rifugiato da due contadini, due anziani contadini, marito e moglie, in un casolare a mezza montagna nel bosco di castagni, sopra un paesotto alla fine di una valle non tanto lunga e ancora selvaggia. Per arrivare fin lass bisognava attraversare il Serio, poi seguirlo per un paio di chilometri, e quindi risalire per una strada ripida e sassosa, fino al paesino dove finiva. Una ventina di chilometri in tutto. Di l si prendeva un sentiero nei boschi e ci voleva almeno un'ora prima di raggiungere la baita.
Era la sola in quella zona, ma ce ne erano altre, sparse, abbastanza lontane. E in ognuna, lo venimmo presto a sapere, si trovavano dei soldati scappati. I due contadini avevano preso mio fratello senza discutere, non volevano niente pi di qualche lira per il mangiare che gli davano, polenta e formaggio, sempre lo stesso. Brava gente, con un paio di vacche nella stalla, qualche gallina, cinque o sei conigli. Tutto quello che avevano. Una vita povera, di arretratezza, oggi scomparsa da quelle parti e loro, quei due vecchi che avevano un figlio alpino di cui non sapevano niente (anche lui al Brennero e certo era in Germania) presero mio fratello come se fosse naturale prenderlo con s, un ragazzo da salvare. Anche dopo, quando i tedeschi e i fascisti cominciarono a circolare da quelle parti, non fecero questioni, portavano le notizie dal paese, nascondevano mio fratello in legnaia o lo mandavano nel bosco se c'era il timore d'un qualche pericolo. Buona gente.
Mio fratello era andato via di fretta con un sacco dove aveva messo un po' di biancheria e qualche libro. Io cominciai a fare la spola. Andavo su alla mattina, in bicicletta fino in cima alla valle e ci mettevo poco meno di due ore. Poi salivo per la montagna. Lo facevo due, tre volte la settimana, con uno zaino pieno di roba che era anche per gli altri alla macchia, coi quali mio fratello aveva preso contatto. Le prime volte, ed era ancora settembre, andavo via tranquillo, sembrava che di quelle parti nessuno se ne occupasse, tantomeno i tedeschi. Dopo un paio di settimane, per, cominciai a incontrare delle camionette e delle pattuglie di motociclisti della Wehrmacht che andavano su e gi per la strada, e quelli del paese dove lasciavo la bicicletta, e che ormai mi conoscevano, mi misero in guardia, mi avvisarono che adesso anche i fascisti cominciavano ad arrivare fin l. Dovevo fare attenzione, prendere l'aria di fare una gita, non farmi vedere che salivo la montagna, soprattutto badare che nessuno mi seguisse. Mi and sempre bene, ma con tante paure. Quando si avvicinava la sera e dovevo ripartire, scendendo di corsa il sentiero e dopo in bicicletta a tutta velocit, mi pentivo ogni volta di avere fatto tardi, di trovarmi nel buio che arrivava di colpo e mi sentivo il coprifuoco alle spalle, con le pattuglie che potevano fermarmi e chiedermi cosa facevo, da dove venivo. Mi preparavo le risposte pi innocenti, ma i fascisti e i tedeschi erano sempre di pi, e io dovevo andare da mio fratello e dai suoi compagni nascosti lass, e potevo essere involontariamente una traccia perch li prendessero.
In quella cascina, nel bosco l attorno, abbiamo passato delle ore assurdamente bellissime, indimenticabili. Ci mettevamo in un punto dove si vedeva il paese e la strada in basso e, con il cannocchiale che avevo portato a mio fratello, guardavamo bene che non ci fossero movimenti di soldati. Una volta li vedemmo che risalivano la valle, qualche diecina, e mio fratello and a nascondersi e io mi gettai nel bosco, il pi lontano possibile, a raccogliere castagne selvatiche. Di solito per erano giornate calme, ognuna pi fredda della precedente, ma noi sempre fuori a parlare o a leggere. Ero cresciuto, non portavo pi i calzoni corti, mi sentivo cambiato. Tutti e due eravamo cambiati. I giorni dei nostri giochi appartenevano a un'altra storia, e la musica chiss quando l'avremmo ritrovata. L'ultimo anno era stato sconvolgente, e dopo tutto quello che era successo ci sentivamo sospesi, in attesa, sopra un futuro incerto, sicuramente di sofferenze, di scelte difficili, nemmeno lontane. Stavamo a leggere e a parlare in quel posto senza tempo e con tanta pace, e invece anche l con il rischio vicino, sempre pi vicino. Non sarebbe stata una parentesi, una faccenda breve, lo capivamo sempre meglio. Io portavo le notizie, dei fascisti rispuntati, dei tedeschi che portavano via la gente, degli amici scappati o finiti in Germania. Mio padre ci diceva poco, diceva soltanto che bisognava prepararsi al peggio e che bisognava fare molta attenzione, che mio fratello doveva trovarsi un rifugio pi sicuro perch, prima o poi, sarebbero andati a cercarlo fin l, che del resto l'inverno si avvicinava, e non poteva restare in quel casolare. Fra l'altro i due contadini a novembre scendevano a valle, e bisognava trovare una sistemazione diversa. A fine ottobre mio fratello se ne and, e l'ultimo giorno che salii da lui era ormai freddo. Gi da un po' stavamo fuori poco perch il sole calava sempre pi presto e nel bosco giallo e rosso, quando il sole se ne andava, veniva subito la notte umida. Allora ci mettevamo nella grande cucina attorno al camino, con il fuoco che faceva caldo e dava luce finch i due nostri vecchi non si decidevano ad accendere la lampada a petrolio appesa in alto, per il pasto. Tutto aveva un rassicurante odore di affumicato, di latte, di formaggio, un odore mischiato pieno di anni sempre uguali, cos lontano da quello che succedeva in citt, a Milano, dove c'erano i tedeschi e i fascisti. Naturalmente non sapevamo quello che avevano fatto in altri paesi di montagna, i primi rastrellamenti, le rappresaglie, soltanto non ci illudevamo che si potesse stare sicuri troppo a lungo anche in quella cucina cos fuori dal mondo. La sensazione oscura di una minaccia crescente arrivava fino a noi, nella dolce intimit di quella vita elementare. Bisognava andarsene, e l'ultimo giorno fu un distacco calmo e triste. I due vecchi salutarono mio fratello con le lacrime agli occhi, lo abbracciarono come se fosse stato sempre con loro, come un figlio, veramente cos, ma anche con sollievo. Lo avevamo capito che senza dire niente cominciavano ad avere paura, che i bandi minacciosi per chi dava rifugio ai soldati scappati li avevano preoccupati. Ce ne andammo con tutta la prudenza possibile. Ci accompagnarono fin dove potevano vederci ancora mentre scendevamo per il sentiero nel prato, prima che entrasse fra i castani, e ci salutavano e noi ci voltavamo a salutarli. Cos si chiusero quelle prime settimane dopo l'8 settembre. Qualche giorno dopo ritornavo in citt col pap, la mamma, le sorelle, nell'appartamento di via Anzani. Riaprivano le scuole e noi s'era deciso di stare a Milano, dove avrei continuato gli studi.

Adesso frequentavo la prima liceo, sempre al Berchet. Mi misero in una sezione dove ritrovai soltanto alcuni dei vecchi compagni. I Lomazzi stavano in un'altra sezione, e anche Mussa non lo ebbi con me. A scuola trovai molta tensione, ben pochi di noi pensavano allo studio e io per primo avevo la testa lontano, nelle vicende politiche che ci coinvolgevano ormai direttamente. Milano era inquinata dai fascisti e dai tedeschi, pi arroganti e minacciosi che mai, e nella mia classe si crearono subito due partiti, salvo quelli che se ne stavano per i fatti loro e pensavano solo a studiare. Fra questi ultimi c'era il figlio di un colonnello, un ragazzo alto e impacciata, finito al mio banco, con il quale avevo poco da dire. Mi sembrava un tipo innocuo e invece non lo fu tanto. I due partiti li formavano un gruppetto che teneva per i fascisti e un gruppo, pi folto, antifascista. Io, si capisce, stavo da questa parte e mi trovai presto a esserne un po' la guida perch di politica e di cose sulla guerra, sui tedeschi, ne sapevo di pi. A capo dei nostri avversari ci stava invece un certo Bossi che non avevo conosciuto prima, uno nuovo insomma, e io e lui, soprattutto, ci scontravamo. Devo per dire che non ho di lui un cattivo ricordo. Anzi, in seguito, si dimostr leale nei miei confronti. Noi cantavamo La marsigliese e loro i loro canti, Giovinezza, ecc., e scrivevano sulla lavagna viva il duce, ecc. e noi glielo cancellavamo e scrivevamo abbasso il duce e cos via. Non avevamo troppa coscienza di quello che poteva capitarci, anche a noi ragazzi, come se la scuola fosse una specie di zona franca, a s, e comunque non pensavamo al peggio, presi come s'era dal bisogno di dire apertamente le nostre idee. Cominciammo anche a cantare Bandiera rossa e a scrivere sulla lavagna viva il comunismo. Non ci bastava pi proclamarci badogliani, i comunisti erano i veri nemici giurati dei tedeschi e dei fascisti, e loro stessi lo dicevano, nei loro manifesti per le strade, nei giornali, alla radio, e noi perch non ci fossero equivoci ci dichiaravamo comunisti. Lo spazio per quegli scontri sempre pi aspri era soprattutto l'intervallo, quando i professori si allontanavano e forse fingevano di non accorgersi di niente. Ma non dur a lungo, qualche settimana. Mi ero gi accorto di essermi spinto troppo in l, ma ormai era fatta.
A fare la spia fu il figlio del colonnello che oggi  professore di diritto all'universit. And dal preside Sasso e gli spiffer tutto, che mettevo su la classe, che facevo propaganda badogliana, che cantavo Bandiera rossa. Si fece accompagnare dal padre e la cosa rischiava di mettersi male. Mi and invece abbastanza bene perch il preside, che doveva sapere meglio di me in quale pasticcio m'ero messo, trov il modo di risolvere rapidamente la grana senza che uscisse dalle mura del Berchet. Gir abilmente la faccenda a don Barzaghi che mi chiam in presidenza. Don Barzaghi, oltre che vicepreside, ci insegnava matematica e non mancava occasione per farci intendere i suoi sentimenti antinazisti. Era un prete particolare, che non metteva mai la religione di mezzo, che ci trattava da grandi, e noi avevamo per lui una grande simpatia, perch parlava un milanese popolare, da Porta Ticinese, con tanto di parolacce quando gli servivano, compresi i perdio se si arrabbiava. Noi s'aveva molta fiducia in lui, fin dal ginnasio, disponibile come lo trovavamo sempre, quando s'aveva una questione con la scuola, di disciplina soprattutto, a cercare d'evitarci le sospensioni o le punizioni. Dunque don Barzaghi mi chiam e senza mezzi termini mi inform di quello che era successo, che non c'era da scherzare, che ero stato un incosciente e dovevo capire in quali tempi vivevamo, che la soluzione migliore, su cui anche il preside era d'accordo, era di andarmene dal Berchet e insomma cambiassi liceo. Aggiunse di essersi gi messo d'accordo con la direzione del Beccaria per farmi iscrivere nonostante l'anno iniziato, e non mi diede nemmeno la possibilit di scegliere, da quel momento non dovevo pi farmi vedere. Quanto al colonnello e a suo figlio, li aveva convinti a fidarsi di lui. Lo ringraziai e cercai di dimostrargli tutta la mia simpatia, sapevo il pericolo che lui stesso correva. Dopo la guerra lo andai a trovare e fu contento di vedermi, affettuosissimo, e mi raccont che lui e il preside Sasso avevano faticato parecchio a trattenere il colonnello dal denunciarmi. Quanto al figlio di costui l'ho incontrato parecchie volte, poi, all'universit, ma ovviamente mi sfuggiva, non mi salutava per primo, cosa che invece facevo io per divertirmi a metterlo in imbarazzo (io dopotutto ne ero uscito, da quella sua canagliata, lui no, e magari si aspettava che adesso lo denunciassi o roba del genere).
Cos lasciai il Berchet. I compagni della classe sapevano perch me ne andavo, e proprio Bassi volle salutarmi con particolare calore. Gli dispiaceva, voleva che gli credessi, che lui non c'entrava. Solo qualche mese dopo, il nostro rapporto sarebbe stato certamente diverso, non avrei pi ammesso quel tipo di solidariet, sopra le parti, la logica del gruppo chiuso, di studenti, per cos dire corporativo, In realt, nessuno di noi due, per quanto mi riguarda di sicuro, percepiva a fondo, ancora, la misura di una lotta senza eccezioni personali. Salutai anche Brandolini che si era messo coi fascisti, ma sempre svitato, sempre lo stesso, come al ginnasio, un tipo bizzarro, che scherzava su tutto, con un gusto curioso del grottesco. Poi and nella Muti e rimase ucciso mentre andava a caccia di partigiani, sopra Sondrio. E lasciavo con molto dispiacere il professore di latino e greco, Feminis, al quale m'ero molto legato. Faceva delle magnifiche lezioni, su Omero in particolare, con una lettura dell'Odissea spesso in chiave chiaramente allusiva, come quando ci parl del profondo bisogno di liberazione di Ulisse, e dell'autodisciplina del sapere, contro le tentazioni d'una vita rettorica, che in Ulisse operava come opera la forza ardimentosa e intransigente della libert. Seppi dopo la Liberazione che a gennaio era salito in montagna fra i partigiani dell'Ossola, e che durante la repubblica ossolana aveva ricoperto un incarico nell'amministrazione di quello stato. Al Berchet rimanevano comunque i miei migliori amici, i Lomazzi, Mussa. Con Mussa avevo un rapporto speciale fin da quando eravamo piccoli e preferivamo discutere di quello che leggevamo piuttosto che giocare. Ci scambiavamo i libri appena letti, e ricordo che un giorno di quella fine del 1943 mi pass L'elogio della pazzia parlandomene con entusiasmo, Uno smilzo volumetto Einaudi. Lo lessi in una serata, alzato fino a tardi, e il giorno dopo se ne discusse, non condividevo del tutto il suo giudizio, mi pareva che ci fosse dentro un'antimorale troppo individualizzata, un acume paradossale, una lucidit egoistica. Finimmo come sempre nella politica, d'accordo nel cercare assieme come essere antifascisti, che cosa volesse dire esserlo, a quali idee dovevamo fare capo. Fu quella volta che mi confess un segreto, che suo padre e suo zio erano comunisti, che lo erano sempre stati, che anche lui lo era e aveva letto Il manifesto e io pure avrei dovuto leggerlo perch vi si trovavano le risposte giuste ai nostri problemi. Promise di portarmelo. Intanto me lo spieg e mi parve davvero che tutto si semplificasse. Era un ragazzo di straordinaria intelligenza, molto maturo per la sua et, che aveva letto moltissimo e sapeva un mucchio di cose. Avevo per lui un'ammirazione infinita, lo consideravo superiore. Come ho detto mor a Mauthausen, nell'aprile del 1945. Lo avevano arrestato quelli della Squadra Azzurra di via Lamarmora, che lo torturarono in maniera atroce senza strappargli una parola. Oggi un'aula del Berchet porta il suo nome.
Con i Lomazzi era un'altra cosa, per anni assieme tutti i giorni o quasi, avevamo intrecciato una fitta rete di confidenze senza pudori, che da bambini s'erano confuse con i nostri giochi, con l'affetto di un'amicizia arricchita dalla spontanea comunione dei gusti, dei nostri pensieri in formazione, per come ci si guardava attorno e si reagiva sempre d'accordo a quello che succedeva. Non  che avessimo le stesse predilezioni o le stesse attitudini, loro si appassionavano alla tecnica e io no, sapevano tutto, secondo me, di scienza, di chimica, di fisica, e io no. Non avevo molto da dirgli dei libri che leggevo, della storia che mi interessava pi di tutto, della filosofia alla quale cominciavo ad accostarmi; per avevamo in comune uno stesso ordine morale che ci univa anche culturalmente, ci riportava assieme agli stessi problemi, allo stesso bisogno di non tirarci indietro di fronte a quello che ci stava davanti, il fascismo, l'occupazione tedesca, il bisogno di una scelta, il rifiuto di rifugiarci nell'alibi della nostra et. Quando ci ritrovammo a Milano in novembre, questi furono gli argomenti dei nostri discorsi, e bisognava fare qualcosa. Non avevamo contatti, non sapevamo nemmeno se non vagamente che in Italia si stava organizzando una resistenza. Un pomeriggio decidemmo che non potevamo pi stare con le mani in mano, che dovevamo organizzarci. Andammo a comprare dei grandi gessi e ci si mise a girare finch venne buio, poi per le strade fra Porta Vittoria e Porta Venezia a scrivere sui muri contro i tedeschi e i fascisti. Uno scriveva e gli altri di guardia. Se fosse sbucata qualche pattuglia si sarebbe fatto un fischio, e via. Da quella sera ripetemmo pi volte le nostre spedizioni, spostandoci per prudenza in altri quartieri della citt. Preparammo anche dei manifestini, copiando il testo a mano, con pazienza, il maggior numero di copie che ci riusciva, e li si incollava sulle case.

Si avvicinava Natale. Mio padre non aveva quasi lavoro, fra l'altro doveva stare attento perch durante i quarantacinque giorni di libert s'era abbastanza esposto. Andavamo a mangiare alle mense pubbliche, con le tessere, per pochi soldi, una minestra autarchica, il formaggio Roma che pareva di gomma, le frittate di polvere d'uovo, qualche volta un pezzo di coniglio che chiss cos'era. Il pane nero lo si comprava con la tessera, trenta grammi a testa, un calcolo preciso a tagliarselo a fettine, due o tre per pasto. Mi accorsi che avevo fame, come ognuno, del resto. Le notizie che venivano da radio Londra non aprivano certo il cuore alla speranza, il fronte rimaneva al Sud, ormai per l'inverno le cose non sarebbero cambiate. Eppure in casa il morale era alto, non fosse che per i russi che comunque avanzavano. N ci badavamo alla fatica di tirare avanti con quei pochi soldi che entravano, perch anche quello era un modo di essere dalla parte giusta, della gente che incontravamo alle mense puzzolenti di cattivo mangiare, nemica dei repubblichini, tutta d'accordo contro i neri. Lo percepii ogni giorno di pi che tutt'attorno cresceva l'odio per i fascisti, dalle mezze parole, dalla solidariet che trovavi magari in un tram quando saliva un brigatista della Muti o della Resega e si creava un'atmosfera di ostilit. Veniva isolato, rifiutato. Ovunque sembrava di toccare con mano che il popolo di Milano gli era contro. Intanto mio padre aveva ripreso a portare a casa la stampa clandestina del Partito d'Azione e non ci diceva niente di come se la procurava, n noi glielo chiedevamo, la leggevamo e poi finiva bruciata nell'unica stufa a segatura che stava nella stanza pi grande. Le altre non avevano riscaldamento e il termometro scendeva fino a due gradi sotto zero.
Ormai i giornali parlavano dei banditi, dei fuorilegge, sapevamo che sulle montagne stava organizzandosi un esercito partigiano, che anche in citt esisteva una rete clandestina. Parecchi amici scampati alla deportazione avevano raggiunto i primi distaccamenti di patrioti, e fra questi Gian Carlo Puecher. Con i Puecher avevamo una vecchia amicizia, e Gian Carlo veniva spesso da noi, prima della guerra; o lo si incontrava al palazzo del ghiaccio, sempre elegante, raffinato. Lo avevamo perso di vista dopo che lo chiamarono sotto le armi, finch ci fu la notizia della sua fucilazione, al cimitero di Erba, per aver comandato un gruppo di badogliani. Fu il primo dei nostri amici a essere assassinato dai nazifascisti, poi tocc al Nando Giolli che a Miasino mi leggeva le sue acerbe poesie ermetiche, che era un cugino in terzo grado; poi altri. Radio Londra parlava ogni sera dei garibaldini, dei gielle, dei partigiani in azione, dei partiti antifascisti che si univano nella Resistenza, di Maurizio che ne aveva preso il comando. A Milano i fascisti cominciavano a uccidere per le strade, uomini, giovani trovati armati, Ne parlava la loro stampa nei soliti termini canaglieschi, ma prima ancora che uscissero i giornali, e del resto non sempre ne davano notizia, la citt lo sapeva, attraverso i canali delle informazioni sotterranee, che passavano di bocca in bocca. Eppure non ci sentivamo depressi, si subiva il contagio di una citt che non si arrendeva, che stava coi ribelli. Anche in casa il morale era alto, in certi momenti perfino euforico perch era chiaro che i repubblichini potevano scatenare fin che volevano il loro bestiale terrore, ma erano loro i braccati. Un giorno Resega, un delinquente divenuto federale di Milano, fu giustiziato a duecento metri da casa nostra, e fu una nuova, rassicurante prova che i fascisti non potevano vivere tranquilli.
Avevo scoperto un nuovo filone di letture, o meglio avevo allargato il campo di quelle preferite. Nelle edizioni Bocca m'era riuscito di trovare una storia dell'anarchia, del Tucker, e m'ero anche procurato diversi testi di autori anarchici, di Bakunin, di Malatesta, molto Kropotkin. Sto riferendomi a un periodo lungo, di letture accanite durante quell'inverno 1943-44, che non riguardavano ovviamente solo l'anarchia. Il Manifesto dei comunisti, Fourier, Saint-Simon, la Storia del comunismo di Giacomo Perticone pubblicata dall'Ispi, mi portarono a contatto con gli ideali e le teorie del socialismo. Il Manifesto in particolare mi fece fare un salto di qualit, vi avevo trovato una chiara nozione delle classi sociali e della storia come lotta di classe. Fu come mettere ordine nell'esigenza confusa di spiegarmi la violenza palpabile del mondo, di darle una prospettiva di superamento. Non posso dire per che mi convinse fino in fondo, ma avevo fra l'altro parecchie difficolt a trovare altri testi marxisti mentre quelli anarchici, che mi passava un vecchio antifascista libertario, mi riuscivano particolarmente stimolanti. Avevo ben presente la posizione di Lenin verso l'anarchia che avevo letto nel Chamberlin, e inoltre valeva sempre per me il punto di riferimento fondamentale di Robespierre, della sua dura lotta contro i Clootz, gli hebertisti, che mettevo in relazione con le questioni del momento. Per specialmente Kropotkin mi rivelava un anarchismo pieno di promesse, che rispondeva alle mie ribellioni, al montarmi dentro di una fantastica domanda di liberazione. L'antifascismo diventava per me un'aspirazione pi avanzata, a una rivoluzione radicale e rigeneratrice, che spazzasse via quei valori che a poco a poco avevo messo in discussione, della societ borghese da cui del resto provenivo. Per questo, credo, non fui mai minimamente attratto da Croce, che pure m'era capitato di scorrere. Ma ne provai subito un istintivo fastidio e lo lasciai perdere. Solo dopo la guerra lo affrontai a fondo, come un dovere, senza riuscire a ritrovarmicisi. Anzi mi avrebbe infastidito la sua olimpica prosa, il suo aulico periodare di ascendenza classico-romantica, dietro il quale passava quella sua troppo armonica dialettica dei distinti, quella sua storia di forze sociali in alterno succedersi ma in un equilibrio che gli impedisce di uscire dal loro ordine definito, che in ultima analisi le colloca e le mantiene nei loro ruoli gerarchici. Mi tenni dunque lontano da Croce, e invece fu una scoperta Nietzsche, del quale lessi prima d'ogni altra sua opera le quattro Inattuali. Mi apparve subito evidente che non v'era nulla in comune con il Nietzsche utilizzato e travisato dai nazisti e dai fascisti, poich, via via che leggevo Umano troppo umano, Aurora, Ecce homo, ecc., vi trovavo al contrario una spietata critica alla morale e ai pregiudizi borghesi, all'inganno delle ideologie con le quali m'andavo verificando. Nemmeno allora ho avuto particolare simpatia per il Nietzsche dello Zarathustra mentre mi convinceva la sua polemica contro l'antisemitismo, la Germania di Bismarck o di Guglielmo I, o anche di Wagner (come nel caso di Kropotkin e degli anarchici in genere, ma qui sul versante del nichilismo radicale, venivo a trovarmi su un terreno inquietante che mi appassionava, che mi stava a cuore, quello dell'individuo e dei suoi nessi oppressivi); subivo insomma il richiamo della rivolta assoluta, che certo era per me quella sociale, degli sfruttati, non ne dubitavo, ma con problemi di liberazione individuale non meno importanti. E Nietzsche mi aiut molto nelle mie contraddizioni, nei movimenti di assestamento ideale, psicologico, la sua distruzione di tutti i valori faceva tabula rasa di ci che sicuramente mi offendeva, mi feriva, del mondo che andavo svestendo delle sue false immagini. Semmai l'utopia degli anarchici rispondeva ad altre esigenze, avveniristiche, liberatrici, sebbene leggendo Perticone mi fosse sembrata giusta la lotta di Marx contro Bakunin, al quale non per nulla preferivo di gran lunga l'idilliaco Kropotkin. Era il comunalismo di Kropotkin ad alimentare meglio un mio bisogno ottimistico di libert totale, per quanto in un futuro tutto da conquistare, e da conquistare con il socialismo, passando per la via della completa uguaglianza, appunto dell'autogoverno. Meno di u anno dopo, alla fine dell'estate, avrei scritto per un giornale clandestino della giovent azionista un lungo articolo sull'anarchia, di un'ingenuit evidente, ma d'un qualche interesse, credo, come testimonianza della fatica con cui i giovani di allora andavano trovando una coscienza antifascista, cercavano di darle dei contenuti di pensiero, e di immaginazione.
Vale forse la pena riportarne qualche brano. Cercavo per esempio di distinguere fra nichilismo e anarchia, e poi, tutto immedesimato, dicevo: "Questi duri anni di lotta, questa terribile tragedia che ha travolto con s intieri popoli e ha distrutto intiere nazioni, hanno per ben scolpito in noi dei sentimenti che ci sono sprone all'azione: pace e libert, ma soprattutto giustizia.  necessario, se si vuole giungere a una pace duratura fra le genti, che oltre all'annullamento dello Stato come funzione diretta a guidare i popoli, scompaia la costituzione dell'organismo militare quale salvaguardia delle autocrazie dominanti. Solo quando avremo superato queste forme di mentalit borghese, quando fra i popoli ci saranno legami economici e il fine ultimo dell'organizzazione consister nell'appoggiare gli interessi di ogni singolo individuo, allora solo avremo la libera collaborazione fra le genti, collaborazione non pi ostacolata da falsi ideali storici o comunque razzistici, che soli creano l'odio fra i popoli. Non pi Stato! Allo Stato militarista-patriottico dei nostri giorni opporremo l'organizzazione federalista diretta a emancipare la personalit. Allo Stato diretto alla salvaguardia dell'orgoglio patriottico che il pi delle volte danneggia un intiero popolo, sostituiremo la libera associazione che considerando suo unico scopo il benessere del singolo individuo non rifiuti di sacrificare, non fosse che per un solo lavoratore, il presunto onore del paese che nelle contingenze attuali non  che l'onore e la cocciutaggine di chi  al governo. Nello Stato l'individuo non potr mai trovare libert. Lo Stato, con la sua organizzazione accentratrice,  necessariamente portato a fare forza sulla volont dell'individuo al quale d il pane in cambio del lavoro, costringendolo cos a seguirlo nella sua grettezza politica nazionalista! Che  patria? Che  nazione? Non  forse in noi crollato il sentimento patriottico dinnanzi a quello pi umano di libert e federazione? E patria non era per i nostri padri un patrimonio storico e un confine geografico dietro cui si chiudevano in un cieco orgoglio? Oggi questa forma deleteria di alterigia nazionalista  ormai completamente estirpata dagli insegnamenti di questa guerra; e parimenti il concetto di nazione non si rivolge pi a una lingua o a un costume regionale. Oggi bisogna superare questi campanilismi; oggi la nazione  in ciascuno di noi e poich ognuno di noi sente prepotente in s il bisogno di amore, di unit e di fratellanza, ecco che il vecchio concetto di nazione scompare e sorge nuova e promettente e sicura una nuova idea: la federazione. E ancora: se noi vogliamo la pace dobbiamo abolire lo Stato che sia sotto il punto di vista politico che sociale, non  diretto se non al dispotico dominio dei popoli."

Per aiutare in casa, le mie sorelle minori davano ripetizioni di latino, matematica, italiano (la terza era rimasta ad Albino, con i bambini). Cos, in qualche modo, con quello che guadagnavano e aggiungevano ai modesti introiti di mio padre sempre pi in difficolt con il lavoro, si riusciva a tirare avanti. Noi ragazzi avevamo preso l'abitudine di andare due, tre volte la settimana a teatro o ai concerti, assieme agli amici, e si discuteva di quello che ascoltavamo o vedevamo. Al Lirico riprese anche l'opera, che allora non mi piaceva, non mi piaceva Verdi anche se conoscevo soltanto qualche brano dell'Aida o del Trovatore, ma musicalmente avevo una formazione rigorosamente mittel-europea, Beethoven, Bach, Schubert, l'amatissimo Schumann, Mozart. Anche il Mozart operistico, s'intende, e Wagner. Questi erano ammessi, non si confondevano con il melodramma italiano, considerato pi o meno musica di appendice da mia nonna che era stata un'ottima concertista di pianoforte, e da mio padre che, come lei (una Fumagalli, figlia di un musicista di un certo livello), era cresciuto nel culto musicale della Germania. Per Wagner, quando mi portarono al Tristano e Isotta che avr avuto dodici anni, mi lasci freddo, mi annoiava, non riuscivo ad abbacinarmi. Comunque, quando arriv al Lirico il Don Giovanni di Mozart, vi andai, ed era la prima volta che lo incontravo. Dirigeva Guarnieri, seduto su un alto sgabello, vecchio e ancora stupefacente per energia e intelligenza. Rimasi folgorato, e da allora il Don Giovanni  diventato per me l'opera in cui si esprime nella maniera pi alta il sentimento del rifiuto di ogni conformismo, il diritto di essere liberi a tutti i costi. Quando fin, avrei voluto che ricominciasse da capo, subito. Ritornai alle repliche, dovevo entrarci dentro meglio, impadronirmene. E poi riconducevo tutto, la musica per prima, a quello che stavo vivendo, e vedevo un rapporto preciso fra la sfida beffarda di quel caparbio libertino al Commendatore e il rifiuto al nazifascismo. L'inferno nel quale volevano farci precipitare tirandoci gi in nome d'un patto che era un'ignobile menzogna, non era diverso da quello in cui sprofondava Don Giovanni deciso ad accettare la sfida. Per la citt avevano affisso un manifesto con una mano tesa, tedesca, aperta per essere stretta, come la mano del Commendatore. La musica di Mozart, cos lucida e intransigente, cos emozionata e piena di ragione, mi apparve straordinariamente capace di un'ostinazione senza cedimenti, decisa a dire no, no, no alla statua di marmo che tentava con noi le sue ultime seduzioni mortali. Un'altra volta mi capit invece di ascoltare i Carmina burana di Orff e non li accettai. Sentii che tutto quanto Nietzsche scriveva della barbarie teutonica stava l dentro, in quella musica degna della follia di Hitler, del suo cupo culto del medioevo o di un medioevo ripensato attraverso i rituali violentatori delle sue corporazioni aristocratiche. Una musica inaccettabile, una trappola di effetti immorali. Amavo una Germania opposta, la Germania di Beethoven, sopra ogni altro sempre, e di Goethe che cominciavo a leggere. Lessi le tragedie, quelle del titanismo, dello Sturm und Drang, e i Dolori del giovane Werther, ma l'impressione pi grande, vertiginosa, la ricevetti dal Faust. Per quanto capissi che si trattava della grandiosa rappresentazione tragica di un'avventura umana altamente spirituale, senza confini, mi capit come con Leopardi, che lo presi per quel che mi parve stare al suo centro, un disperato e concreto bisogno di entrare materialisticamente nei segreti del mondo, delle cose dell'uomo, dell'amore e del sapere, come manifestazioni primarie e qualificanti dell'esistenza mondana; e la conoscenza mi si rivel intimamente legata all'azione che Goethe metteva al principio della vita e della storia, o dunque di un'azione che scavava nella verit, inseguendola nell'immaginoso percorso delle avventure faustiane, in maniera nient'affatto astratta o puramente idealistica, o solo affidata alle riflessioni del pensiero. Esso piuttosto veniva implicato nella responsabilit delle esperienze scelte come un ardito dovere di non nascondersi con prudenza dietro le ipocrisie dell'ordine trovato, preparato. Agire cos era conoscere, e conoscere cos, liberarsi. Di nuovo riducevo, anche il Faust, senza troppe preoccupazioni di essere o no nel giusto, alle questioni che mi assillavano, come comportarmi, attivamente, verso la negazione fascista d'ogni dimensione umana. Il Faust mi aiut a comprendere meglio che non bastava arzigogolare nella mente le proprie aspirazioni, perch bisognava rischiare il contagio con la realt, con la sua apparenza mefistofelica anzi, per non rimanere una semplice anima nobile e incontaminata. Goethe fu per me molto importante in quei mesi durante i quali andavo rapidamente crescendo e ogni lettura mi aiutava a maturare la scelta cui non potevo oramai sottrarmi.
L'occupazione tedesca e il terrore fascista si facevano sentire, pesantemente. La Muti, la Resega, le SS le si trovava dappertutto, erano presenti ovunque nella citt, le loro tracce di gente arrestata, torturata, deportata, le lasciavano ovunque. In ogni momento potevi cadere in una retata. Le vacanze di Natale e Capodanno erano terminate, e io avevo ripreso la scuola, al Beccaria. Compagni diversi, professori diversi, pi che altro assieme nel rifugio dove si correva durante gli allarmi, assai frequenti, della mattina. Gli insegnanti continuavano la lezione, ma noi studenti avevamo ben altra febbre addosso, che lo studio. Trovai dei ragazzi che anche loro avrebbero voluto combattere il fascismo, non limitarsi alle parole. Una mattina, in cantina, ci appartammo in tre o quattro, e c'era Valente che pochi mesi pi tardi fu preso dalla Muti e consegnato ai tedeschi che lo mandarono a Mauthausen da dove non  pi tornato. Ci prendemmo un impegno, che appena uno di noi fosse riuscito a stabilire un contatto con l'organizzazione clandestina della Resistenza, lo avrebbe detto. Dei professori correva voce che ce ne fossero di antifascisti, ma nessuno di noi osava avvicinarli, dirgli come la pensavamo. Io tantomeno, appena arrivato, in una scuola dove mi sentivo spaesato e del resto vi andavo malvolentieri, perch fare Io studente e basta mi sembrava una cosa assurda, illogica. La realt era oltre le mura del Beccaria, nella Milano dove gi uccidevano e portavano via dei ragazzi come noi, partigiani. Valente non fu il solo del nostro gruppo a morire in un lager. Canevari, per esempio, mor un anno dopo, sotto le torture, in un sotterraneo della banda di Colombo, il capo dei mutini.
Sar stato ai primi di febbraio, e un pomeriggio, verso le quattro, passavo con un compagno di classe da piazza Crispi (oggi piazza Meda), quando sentimmo delle grida e poco distante da noi si cre un trambusto. C'erano dei fascisti che urlavano al ladro, al ladro, e inseguivano due giovani che scappavano. Mi resi subito conto che non si trattava affatto di ladri, avevo avuto abbastanza tempo per vederli e capire che dovevano essere partigiani. Uno lo presero mentre l'altro riusciva a fuggire. Quello arrestato si divincolava ma fu immobilizzato e picchiato a pugni e a colpi duri, con il calcio dei mitra. Provai un odio furibondo per quei militi, senza poter fare nulla. Stavamo andando da Paravia, un negozio di libri scolastici, a comprare un testo d'una qualche materia, e il ragazzo che era con me apparteneva a quelli con cui non potevo parlare. Lui credeva davvero che fossero ladri, n io gli dissi come evidentemente stavano le cose. Tremavo dall'ira e mi chiese cosa mi capitasse. Gli risposi che mi ero spaventato, che avevo avuto paura. E di paura ne avevo. La paura della violenza fascista, del suo esaltato bisogno di morte, del suo lugubre culto della morte. Ho sempre provato un senso di smarrimento di fronte alla frenesia della morte dei fascisti, perfino nei loro canti, nei loro simboli, nel nero delle loro camicie, nella loro oppressiva esaltazione delle doti civili; una morte vuota, fine a se stessa, disperata, vendicativa, ottusa, arida, negatrice di tutto, stupidamente mercenaria. Non era per la paura a farmi tremare. Andammo alla libreria e comprai il libro che dovevamo acquistare. Mi sembr completamente inutile, che non mi riguardasse. Ritornai a casa e non raccontai niente, ma continuavo ad avere davanti a me la scena di quel pomeriggio, non potevo pi stare inattivo.
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Ne parlai a mio padre. Lui mi ripet che dovevo studiare ma capiva quello che mi agitava. Non mi parve un no deciso, come se lui non se la sentisse di prendere l'iniziativa, e che per mi comportassi come credevo meglio. Mi accorsi che gli aveva fatto piacere che gli avessi confidato le mie intenzioni, ma ero al punto di prima, per quella via non avrei concluso niente. Da qualche tempo ascoltavamo, oltre a radio Londra, la voce di una radio clandestina italiana assai ricca di notizie su quanto succedeva in Italia. Era anzi informatissima di quello che facevano i partigiani, in montagna, nelle citt, Milano compresa. Mio padre diceva che quelle trasmissioni provavano senza ombra di equivoci che la lotta si stava organizzando, che era generalizzata, che i fascisti e i tedeschi non riuscivano a impedire che dilagasse. Presto avrebbero pagato i loro delitti, ne era sicuro. La voce che ascoltavamo (ma allora non lo si sapeva) era quella di Ercoli, il capo dei comunisti. Mio padre, l'ho detto, non era comunista, per per i comunisti aveva rispetto, gli riconosceva di essere stati e di essere i pi coerenti nemici del nazifascismo, insomma li ammirava. Provavo riconoscenza per quel suo atteggiamento, che mi faceva sentire disponibile. Era un democratico, e sebbene le sue simpatie andassero, mi pare, a una sinistra moderata, non cerc mai di impormi le sue posizioni. Solo coi fascisti e i nazisti gli veniva fuori un'intolleranza che non ammetteva debolezze, d'altronde in pieno accordo con mia madre. Anche per questo, probabilmente, non mi fecero mai delle difficolt n mi posero degli ostacoli, per esempio alle letture e alle idee che chiaramente avevo bene orientato, e che mi piaceva discutere dopo cena, nelle lunghe serate in casa per il coprifuoco. Eppure sono certo che loro sapevano dove mi stavano portando, che cosa prima o poi mi avrebbero fatto fare.
La strada giusta la trovai per caso. Avevo ripreso a vedermi con i Lomazzi nonostante ora andassi al Beccaria, e anche loro non si accontentavano pi delle scritte sui muri o dei volantini ricopiati a mano. Adesso poi circolava da loro molta stampa antifascista, e un giorno verso la met di febbraio mi confidarono che a portargliela era una zia che doveva essere in rapporto con qualcuno del Fronte di liberazione nazionale. Quella zia la conoscevo da bambino e me ne fidavo pienamente. L'andai subito a trovare e le parlai senza timore, che volevo rendermi utile, che volevo lavorare per l'organizzazione clandestina. Lei mi rispose che avrebbe visto, che semmai si sarebbe fatta viva. Mi telefon una settimana dopo circa, e mi fiss un incontro dai Lomazzi, che mi doveva parlare. Provai quello che si prova quando si rompe con l'incertezza, tanto sollievo. Andando dai Lomazzi mi sentivo tranquillo, e al tempo stesso emozionato, curioso, con il vago senso di un incognito non privo di pericoli. Sapevo di assumermi una grande responsabilit, che sarebbe stata la volta buona, che non potevo tirarmi indietro. Mi disse che il giorno dopo, per le sei del pomeriggio, dovevo recarmi da un certo professor Antonio che era un esponente del Partito d'Azione, al numero tale della via tale, dietro via Lamarmora, che lui aveva accettato di farmi lavorare e mi aspettava. Il giorno dopo, alle sei in punto, suonavo al campanello della porta senza nome che mi era stata indicata con precisione, e il professor Antonio mi venne ad aprire di persona e mi fece accomodare nel suo studio. C'era un altro ragazzo pi grande di me, che mi fu presentato dicendomi subito che come lui anch'io dovevo prendermi un nome convenzionale. Fu un colloquio breve. Mi spieg che d'ora in avanti avrei tenuto i contatti con quel giovane, per la strada, dandoci degli appuntamenti ai quali avrei dovuto andare con assoluta puntualit. A lui, al professor Antonio, sarei ricorso solo nel caso che avessi perso quel collegamento. Il mio compito, per ora, era di far circolare e diffondere i giornali, i manifestini, i volantini che cominciava a darmi, e me ne diede un grosso pacco, soprattutto nei quartieri popolari. Potevo trovare io stesso la maniera di mettere in giro tutto quel materiale, ma mi forn anche delle istruzioni abbastanza meticolose su come dovevo muovermi. Uscii con il pacco sotto braccio, assieme al compagno che era venuto per conoscermi. Era buio, sotto il portone ci mettemmo rapidamente d'accordo sul nostro prossimo incontro tre giorni dopo, mi raccomand prudenza, mi diede qualche consiglio. Ci salutammo. Era il 20 febbraio e io compivo i sedici anni. Ero entrato nella clandestinit, facevo parte della Resistenza.
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FINE.